Un ponte tra Albania e Italia. La storia di Arbër Agalliu

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Data:

20 Marzo 2026

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“Lo sai come sono gli albanesi, se non fai come ti dicono ti prendono a cazzotti”. Lo dice sorridendo, nel mentre apre la porta del bar e mi fa passare avanti, poi insiste nell’offrirmi un caffè. Siamo ad Umbrò, il locale sulle scalette di Sant’Ercolano che affaccia sulla splendida vista di Perugia. È la prima volta che lo incontro di persona, su Instagram lo seguo da diversi mesi. “Questo posto andrebbe valorizzato meglio – mi dice prima ancora di sederci – avrei diverse idee”. Nel frattempo aiuta una ragazza con due tazzine di caffè in mano, e dà indicazioni ad altri che non trovano l’uscita. Arbër Agalliu mi ha dato l’impressione di quelle persone per cui la gentilezza è di casa. Fa il giornalista – non è iscritto all’Ordine, precisa – ma collabora con diverse realtà nazionali e non. Su Instagram conta più di 10mila follower e ogni giorno, attraverso le Storie, racconta di sé, del suo lavoro, e condivide il suo sguardo sul mondo e su quello che sta accadendo, in ultimo, la guerra scatenata da Stati Uniti e Israele in Iran. È italiano da dieci anni “precisamente dopo diciotto anni di residenza”; lui ora ne ha quasi trentotto. È nato in Albania, vissuto poi a Montevarchi, in provincia di Arezzo, per poi trasferirsi a Perugia da studente universitario. “I miei genitori decisero, quando avevo circa nove anni, di venire in Italia, dopo una fase piuttosto movimentata della storia albanese dal punto di vista socio-politico – inizia a raccontarmi - in Albania in quel tempo c’era il caos”. 

Da lì apre una lunga parentesi sulla storia albanese. Spesso - se non sempre - Agalliu, a ogni risposta alle mie domande, aggiunge un riferimento storico, quasi fosse una premessa indispensabile. Per me piccoli tasselli che aiutano a orientarmi nel contesto politico di quegli anni. Che si tratti della storia della sua terra natia o delle scelte personali che lo hanno portato fino a qui, il racconto torna sempre al passato, come chiave per capire il presente. “Era il 1998 e arrivammo a Firenze con un visto turistico – continua – Era un periodo in cui in Italia non si respirava un’aria molto favorevole verso l’immigrazione. Nel 1991, l’8 agosto, era arrivata al porto di Bari la nave Vlora con circa ventimila albanesi a bordo. È diventata il simbolo dell’immigrazione di massa in Italia”. Inizialmente gli albanesi vennero accolti bene soprattutto dal popolo pugliese. “Dal governo meno”.

“Dal 1991 al 1996-97 si passò dalla mano tesa al blocco navale”. Il primo dal governo di Romano Prodi il 28 marzo 1997. “Durante quell’operazione una motovedetta italiana speronò un peschereccio albanese”. Morirono 81 persone. “La narrazione nei media italiani inizia a cambiare radicalmente, apparivano, ad esempio, slogan politici come: un voto in più alla Lega, un albanese in meno a Milano”. 

Come ben si può immaginare, non è stata una situazione facile per chi arrivava in Italia in quegli anni e Agalliu lo conferma. A scuola, racconta, “dare dell’albanese a qualcuno era l’offesa più grande”. E poi: “Quando vedi gli adulti terrorizzati all’idea di essere fermati per strada senza documenti, assorbi quella paura – mi confida - Noi, di fatto, siamo stati per due anni dei clandestini: una parola che oggi fa molta paura, ma che fa parte della mia storia”. Nonostante queste difficoltà, riesce a integrarsi rapidamente: impara la lingua con facilità, tanto che oggi si definisce madrelingua italiano. Nel tempo ha sviluppato un forte impegno civile e culturale: si occupa di giornalismo, comunicazione e soprattutto di raccontare il legame tra Italia e Albania. 

Tra i suoi progetti più importanti c’è il lavoro di documentazione sulle comunità arbëreshë, minoranza linguistica albanese presente nel Sud Italia da oltre seicento anni. Si chiama ‘Udha’ ed è “un sogno che diventa realtà”: un progetto che nasce insieme al famoso calciatore, ex capitano storico della nazionale Albanese Lorik Cana. “Questo risultato arriva dopo quindici anni – racconta – ho iniziato a diciannove anni, andando a conoscere le varie comunità in Italia, dal Molise fino alla Sicilia”. 

“La cosa straordinaria di queste comunità è che hanno tramandato oralmente lingua, usi e costumi per seicento anni. Non sono confinanti con la terra d’origine e per lunghi periodi non hanno avuto rapporti diretti con la madrepatria, eppure hanno costruito e mantenuto una loro identità, quasi un territorio immaginario, perché in realtà una regione chiamata Arberia non esiste”. Lui parla estasiato e io nel frattempo scorro le sue foto dalla pagina IG che lo ritraggono insieme alla comunità a Piana degli Albanesi, in Sicilia.  “Una delle battaglie che porto avanti è il riconoscimento della lingua arbëreshe, insieme proprio agli usi e ai costumi, come patrimonio Unesco. Non è facile, ma ci stiamo lavorando”.

In realtà le sue “battaglie” come lui stesso le definisce sono tante. C’è anche quella dello ius soli, e quella dell’attenzione al linguaggio che si utilizza quando si parla di immigrati di seconda generazione. 

Accanto a tutto ciò, ci sono anche due libri in cantiere. Poi, il seguito di ‘Udha’, insieme all’idea di portare nei teatri un podcast itinerante in lingua albanese dedicato alla diaspora albanese. Arbër attualmente vive tra Perugia e Milano, dove ha una sua agenzia di comunicazione. Negli anni ha collaborato con diverse testate ed emittenti televisive, sia italiane che albanesi. Tra queste AlbaniaNews, “La Repubblica”, Frontiere News, Top Channel, TV2000, Euronews Albania, RTSH, A2 CNN, ValdarnoPost e Messaggero di Sant'Antonio. Proprio per questo gli chiedo perché non abbia allora deciso di iscriversi all’Ordine dei Giornalisti. “Sarebbero orgogliosi di averti, non credi?”. Mi racconta, con una certa amarezza, un episodio legato al suo passato con l’Ordine della Toscana: mentre parla ho l’impressione che quella vicenda non sia ancora del tutto archiviata. Forse, a tratti, rimane un filo di rancore. Comunque, nonostante questo, il suo lavoro continua a raccontarsi da solo, attraverso le collaborazioni, i progetti e le battaglie che porta avanti.

Arianna Sorrentino 

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Ultimo aggiornamento: 20/03/2026, 16:56

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