Descrizione
“Il volto di Tina è nobile, maestoso, esaltante. Il volto di una donna che ha sofferto, che ha conosciuto morte e delusione, che si è venduta ai ricchi e donata ai poveri [...], la cui maturità deriva dall'esperienza amara e dolce al tempo stesso di chi ha vissuto intensamente, profondamente e senza paura”.
Nel volume Vita, arte e rivoluzione. Lettere a Edward Weston (1922-1931) troviamo, accanto a un sopraffino primo piano di Tina Modotti, queste parole scritte dallo stesso Weston, maestro e amante della fotografa italiana. La chiave di volta per entrare nell'universo culturale di Tina sta proprio in queste brevi righe: dal volto nobile alla vita vissuta senza paura, dalla vita vissuta senza paura alla delicata fotografia, dalla delicata fotografia all'innato animo rivoluzionario. Tina Modotti è stata ciò e molto altro ancora.
La città di Perugia, e in particolare il secondo piano di Palazzo della Penna, sono la cornice di questa mostra – intitolata Tina Modotti. L’opera - dedicata allartista friulana. Un'esposizione curata da Riccardo Costantini, promossa dal Comune di Perugia e fortemente voluta sia dalla sindaca Vittoria Ferdinandi che dall'assessore alle Politiche culturali Marco Pierini. Entrambi, infatti, hanno riconosciuto l'importanza di ricordare e omaggiare una personalità che ha tracciato un solco indissolubile nella vita artistica della prima metà del Novecento.
Scrittrice, attrice, modella, attivista e pittrice, la poliedrica Tina Modotti viene ricordata soprattutto per il suo percorso come fotografa. Un'attività che, come vedremo, non può assolutamente disancorarsi dalle sue esperienze biografiche e intellettuali. In questo connubio si annida la peculiarità della mostra, che ci prende per mano e ci guida nell'esistenza e nell'opera della “più famosa artista sconosciuta del XX secolo”.
Dalla difficile infanzia a Udine ai primi contatti con i rudimenti della fotografia fino all'approdo negli Stati Uniti: Tina si inserisce immediatamente nel substrato culturale del Paese arrivando persino all'esordio hollywoodiano con il cinema muto. Comincia così il suo tentacolare ed eclettico rapporto con le arti che la impegnerà nei decenni successivi.
La svolta arriva però nel 1923. Dopo le premature morti del padre e del compagno Robo, Tina si trasferisce a Città del Messico insieme ad Edward Weston, fotografo di fama internazionale che sarà suo mentore e partner. Nella capitale messicana sboccia e si intensifica l'amore viscerale per la fotografia che, come sottolineerà lei stessa, “diventerà l'essenza a cui deve legarsi tutto ciò che possiedo”.
Dopo la rivoluzione zapatista che imperversa tra il 1910 e il 1920, il Messico comincia ad attirare diversi sguardi, divenendo un'ambita meta dalla grande effervescenza culturale per espatriati e artisti provenienti dal mondo intero. Tina tesse relazioni e si destreggia con grande maestria in questo ambiente dove conoscerà, tra gli altri, Diego Rivera, Frida Kahlo e Antonieta Rivas Mercado. In tale contesto si concentra il nocciolo della sua produzione fotografica. Al di là della mera focalizzazione estetica, le istantanee della Modotti – che si iscrive al Partito Comunista nel 1927 – si concentrano sulle antitesi di un Paese proteso verso la modernità ma ancora dilaniato dalla miseria e dalla fame. I suoi soggetti preferiti sono persone immerse nella loro realtà quotidiana, come ad esempio pescatori che lavorano, figli di contadini, masse manifestanti, mani venose e aggraziate di burattinai intenti a muovere le loro marionette.
Molti dei suoi scatti più celebri riguardano l'universo femminile e sono il frutto di un viaggio solitario nella regione dell'Istmo di Tehuantepec. Il fervore politico, l'infanzia, la dignità e il ruolo della donna sono temi ricorrenti nella sua produzione che toccherà l'apice nel 1929 quando i suoi lavori verranno esposti alla UNAM (Universidad Nacional Autónoma de México) in quella che verrà etichettata come “la prima esposizione fotografica rivoluzionaria del Messico”.
Un'arte, come detto, profondamente legata all'esistenza. Molto spesso le ideologie politiche della Modotti hanno sorpassato ed eclissato la sua intensa e complessa attività artistica. Comunista convinta e strenua oppositrice delle ingiustizie sociali, Tina verrà arrestata e poi espulsa dal Messico con l'ingiusta accusa di aver partecipato al complotto contro l'allora presidente Pascual Ortiz Rubio. Inizierà un pellegrinaggio che la porterà dapprima a Berlino, poi a Mosca e in Francia fino ad approdare in Spagna, dove parteciperà come infermiera alla resistenza antifranchista. In questo periodo si incrina sempre più il rapporto con la fotografia, che si spezzerà definitivamente quando tornerà in Messico sotto falso nome. Poco dopo, a quarantacinque anni, Tina muore – in circostanze tuttora avvolte nel mistero – all'interno di un taxi che la stava riportando a casa. Arresto cardiaco, reciterà l'autopsia.
Questo breve excursus sulla vita e sull'opera di Tina Modotti non riesce tuttavia a rendere giustizia alla bellezza e alla profondità della mostra. Un percorso espositivo che restituisce un ritratto intimo e minuzioso, arricchito da oggetti personali – un abito di scena, una borsetta da viaggio e l'iconica Graflex –, video, documenti e ritagli di giornali che celebrano la sua pioneristica impronta fotografica.
Non resta che invitare caldamente i lettori a visitare la rassegna a Palazzo della Penna che sarà presente fino al 12 aprile 2026. Un viaggio nell'animo di una donna che, attraverso la sua raffinatezza e i suoi scatti, ha saputo raccontarci un mondo semplice e al tempo stesso irto di contraddizioni.
Gioele Tartocchi





