Descrizione
È un giovedì di settembre del 2020. Il mondo, da qualche mese, si è fermato sotto i colpi del coronavirus. Per esorcizzare la forzata alienazione, ogni nucleo familiare ha le sue piccole ritualità: una continua ripetizione di semplici gesti che ci ricordano chi siamo e che ancora ci siamo. La mia famiglia, ad esempio, si riunisce su due divani di pelle nera a guardare X Factor con le finestre spalancate. Ecco che arrivano tre ragazzi umbri che si presentano come i Melancholia. Le orecchie ascoltano con attenzione e la pelle si drizza sulle braccia. Il resto, lo conosciamo.
Sei anni dopo il mondo è cambiato ed è tornato a girare, forse più velocemente di quando si era arrestato. Mi ritrovo immerso nella campagna folignate quando Benedetta e Fabio mi accolgono in una casa che sprigiona immensa serenità. Benedetta Alessi è la frontwoman della band. Fabio Azzarelli suona le tastiere. Insieme a loro, Filippo Petruccioli alla chitarra e la new entry, Andrea Assogna, alla batteria.
I Melancholia, dopo quattro anni di silenzio, tornano con una veste inedita, che segna una profonda frattura con il passato. Un capitolo iniziato con Schifo, frammento introduttivo, uscito il 18 settembre, del nuovo EP I Figli della Pioggia. Un lavoro che, prodotto da Rachid Bouchabla e dall'etichetta Pioggia Rossa Dischi, inaugura una fase artistica in cui il gruppo, per la prima volta, ha scelto l'italiano. Partendo da questo cambio di prospettiva, Benedetta e Fabio mi hanno raccontato la loro trasformazione tra scrittura, emotività e originali sonorità.
Dopo anni in cui avete costruito una parte della vostra identità attraverso l'inglese, avete scelto di scrivere un intero EP in italiano. Che cosa vi ha permesso di dire l'italiano che prima non riuscivate a dire? Avete avvertito una maggiore esposizione durante la scrittura?
“L'italiano, sicuramente, regala una spontaneità diversa, anche se presenta delle difficoltà dal punto di vista canoro, soprattutto per la sua rigidità consonantica. La scelta di togliere il filtro linguistico inglese, che poteva in qualche modo allontanare, è stata azzeccata in questo momento, oltre che per avvicinarsi a un pubblico differente. Per quanto riguarda l'esposizione, siamo convinti che l'italiano ci permetterà di averne una graduale, opposta a quell'immersione dopata e forzata che abbiamo sperimentato nella nostra precedente tappa”.
In Schifo convivono immagini grottesche e violente – gli occhi e il cuore da cavarsi dal petto, il corpo che reagisce fisicamente – e immagini tenere, come quel “volevo vedere la luna con te”. Vi interessava mettere in crisi il confine tra amore, violenza e tenerezza?
“Assolutamente. Anche se, più che la contrapposizione, ci interessava produrre un testo come se fosse stato scritto da un bambino. Un bambino non ha nessun costrutto sociale, è l'unico protagonista della propria vita e si porta dentro un fiume di emozioni. Da qui il senso di estrema libertà immerso in qualcosa che appare feroce, creando il contrasto tra infantilità e violenza autoriferita, dove l'elemento bambinesco assume un ruolo fondamentale. Così persino il concetto di amore risulta snaturato: se me lo togli, ecco che non mi resta che farmi del male”.
“Me ne andrei, ma ho paura di trovarmi sola contro di me”. Questa frase che ricorre è il desiderio di fuggire da sé e allo stesso tempo la consapevolezza che non esiste un luogo in cui fuggire?
“Esatto. Non c'è un luogo dove poter fuggire. La fuga sembra impossibile, e al tempo stesso è difficile stare dentro sé stessi. È una problematica che abbiamo riscontrato poiché, anche musicalmente parlando, non abbiamo mai trovato un vero posizionamento. Qui subentra la fondamentale connessione con chi ci ascolta, come abbiamo potuto vedere durante i nostri concerti. Il pubblico recepisce ogni emozione, e la sensazione di fuga che ritorna è per tutti, avendola sperimentata noi stessi in primis”.
Schifo ha un sound molto energetico, in cui convivono chitarre, elettronica e synth. Come siete arrivati a questa sonorità e quanto rappresenta la direzione scelta per il recente progetto?
“L'impronta sonora è evidente. Venivamo da album scuri a livello musicale, mentre la canzone ha una svolta ottantina dal punto di vista strumentale. L'andamento ritmico e l'energia del pezzo vanno a contrasto con un testo crudo e disturbante, e la stessa musica vuole creare un turbamento ancora maggiore. In ogni traccia abbiamo mantenuto una sonorità in cui ci ritroviamo, mentre prima era tutto più stravagante a livello di arrangiamento. Abbiamo deciso di costruire un mondo personale e ben definito, di fare una cosa specifica e di farla bene. Per di più, Schifo è il brano più felice dell'intero EP…”.
Avete conosciuto un successo enorme, con la vittoria dell'Emergenza Festival e l'esperienza a X Factor, per poi scegliere un percorso più appartato e profondo. Oggi, dopo anni di silenzio, tornate con un progetto completamente diverso. La distanza dal grande pubblico è stata un'esigenza artistica?
“Il silenzio è stato frutto di un progetto che non è andato a buon fine. Spesso, soprattutto in ambito musicale, non si è convinti al 100% della strada intrapresa. Dopo un'esposizione enorme, non si capisce fino a che livello ci si può spingere, e la tranquillità diventa essenziale: il caos, difatti, va poco d'accordo con l'arte. Ora, a distanza di tempo, avvertiamo delle piccole mancanze nella musica fatta precedentemente, come ad esempio nell'EP del 2022. In questo nuovo capitolo, abbiamo scelto di ponderare tutto, anche stilisticamente, con l'obiettivo di far contenti i fan che ancora ci seguono e di arrivare a quella fetta di pubblico che forse non si ricorda più di noi. Il silenzio è stato solamente esterno, perché noi non abbiamo mai smesso di fare musica. Le persone si dimenticano che dietro l'artista c'è un essere umano che vuole fare arte e che ama fare arte. Ci avevano inchiodato in una dimensione, ma noi siamo anche altro, e in questo EP lo abbiamo dimostrato”.
Quando avete iniziato a lavorare a I Figli della Pioggia, sentivate la necessità di dover ripartire da zero?
“Magari non proprio da zero, ma sicuramente serviva aria fresca, unita alla necessità di assemblare un universo originale che parlasse di qualcosa a cui siamo interessati. Perciò l'EP è accompagnato da un cortometraggio e da un mini-archivio di testi (Il Diario del Bardo), tasselli che si aggiungono alla storia che stiamo cercando di raccontare. Lo avevamo già fatto con un manga che seguiva il nostro lavoro del 2022, Sleep Mode. Il progetto, quindi, non riguarda solo la musica ma abbraccia diversi campi, rappresentando un'indagine culturale a trecentosessanta gradi”.
Andrea entra in una band che aveva un'identità ben riconoscibile. Qual è stata la cosa che avete dovuto disimparare per permettere ai Melancholia di cambiare?
“Con l'arrivo di Andrea abbiamo dovuto fare spazio, anche soltanto dal punto di vista fisico per entrare in macchina! Sono sicuramente cambiate le abitudini e il modus operandi delle prove, ma il suo ingresso ci ha arricchito sia in ambito umano che musicale, poiché il suo background artistico è differente dal nostro. Il bisogno di aria fresca di cui parlavamo in precedenza è parallelo al suo arrivo, che è coinciso con la scrittura delle canzoni del nuovo EP. Tra l'altro, il fatto che fossimo amici da prima ha contribuito al suo naturale inserimento. Non poteva mancare un ternano in una band che abbracciava già Perugia, Spello e Foligno”.
Avete scelto, dal punto di vista visivo, di raccontare l'Umbria non tanto come luogo geografico ma come paesaggio emotivo. Che cosa significa per voi essere una band nata e cresciuta in Umbria?
“Ho sempre pensato - e qui risponde solo Benedetta - che l'Umbria fosse una galera, il posto più arido del pianeta. Poi la vita mi ha portato a rimanere e alla fine io ho scelto consapevolmente di rimanere. Ritengo che sia un privilegio vivere oggi la nostra regione, con le sue città, le sue campagne e le altre mille possibilità che ci sono. È un territorio che ti abbraccia; basta pensare a Perugia, alla vita universitaria, ai festival, alla movida notturna. Mi fa sorridere che, ad esempio, immersa nella natura vicino Tavernelle ci sia una centrale termoelettrica, una sorta di Springfield in mezzo alla Valle del Nestore. Per queste ragioni, tutto il cortometraggio che uscirà insieme all'EP è stato girato in Umbria (Benedetta, n.d.r.)".
Per concludere: qualche consiglio per i giovani che si stanno avvicinando alla musica? Che cosa vi aspettate dai prossimi concerti?
“Per chiunque faccia musica o arte, il nostro consiglio è di essere testardi e non mollare. La musica è il viale giusto per trovare compagnia, in particolar modo quando ci si sente soli. Durante i nostri concerti, abbiamo visto ragazzi provenire da contesti diversi ritrovarsi per una passione comune. Tra poco ricominceremo a suonare live, e vogliamo che ogni nostra performance sia uno spazio sicuro per esprimersi spontaneamente, un momento di vita, di libertà e di esperienza condivisa. Porteremo tante cose nuove e, come artisti, celebreremo ciò che abbiamo prodotto e ciò per cui abbiamo lavorato”.
Gioele Tartocchi





