Descrizione
Centro storico di Perugia. La via principale. La solita via, Corso Vannucci. Un po’ più avanti, dopo la Feltrinelli, proprio all’angolo. Ecco, lì, se distogli un attimo lo sguardo dal magma umano che cavalca il ventunesimo secolo. Lì, proprio di fronte al bar che porta il nome della stessa via, lì c’è Palazzo Baldeschi.
Anche lui, come quel centro che abita, sembra essere rimasto un po’ indietro - e per fortuna - rispetto all’incessante e faticosa rapidità della gente che spesse volte lo circonda, ci passa accanto e, come te, come me, neanche lo guarda. Un palazzo trecentesco la cui nascita effettiva risale al Cinquecento. La sua facciata anche. Ecco che ce la troviamo davanti, proprio quando riusciamo a concentrarci, per un istante, su di essa, così silenziosa che pare non dirci niente.
Eppure, proprio lì davanti appaiono numerosi i segni che qualcosa dentro c’è, che non si può vedere ovunque, che ha bisogno di silenzio, di fresco, di concentrazione, di calma: tutto quello che noi, passeggiatori solitari della metropoli, non siamo abituati a trovare. Infatti, in alto possiamo leggere a chiare lettere l’ente che ha acquisito il palazzo e lo destina a iniziative ed esposizioni culturali dal 2002: Fondazione Perugia; accanto al portone d’entrata, su sfondo oro - e ritornerà presto quel colore - a caratteri di fuoco: “San Francesco”.
La mostra a cui è dedicato questo misterioso edificio dal 18 aprile 2026 al 1 novembre 2026 rende omaggio alla figura di San Francesco d’Assisi in occasione dell’ottavo centenario della morte. Un evento organizzato dalla Fondazione in collaborazione con la Galleria Nazionale dell’Umbria, il cui direttore uscente Costantino d’Orazio ne è il curatore. Non la solita mostra su una figura del passato che si risolve in quello stesso passato da cui proviene, che la afferra, la rende irraggiungibile e la intrappola in un apparente mondo così lontano, così vecchio come questo centro storico in cui è custodita. Lo scopo è proprio quello contrario: rivelare la vitalità di un nome che tante volte è risuonato e risuona in testa a tutti, soprattutto a quei bambini che eravamo mentre scoprivamo quella “sorta di prologo in cielo” della letteratura italiana: il Cantico delle creature.
Eppure il rischio che la tradizione comporta è proprio questo: fissarla per sempre, separandola dal mondo che crede, così, di continuare a vivere, ma che senza di essa mai veramente può farlo.
Insomma: una figura così attiva nella nostra memoria collettiva e nella cultura italiana e umbra, in particolare; così come è stata ed è recepita da artisti contemporanei. I nomi sono numerosi: Jean Cocteau, Picasso. Qualche nome che gioca in casa: Leoncillo Leonardi, Gerardo Dottori, Alberto Burri. Altri nomi ancora mi scorrono davanti agli occhi, a lettere bianche su sfondo nero che quegli occhi poco abituati alla quiete quasi confondono, per citarne ancora alcuni: Marina Abramović, Omar Galliani, Maurizio Cattelan, Mimmo Paladino, Michelangelo Pistoletto, Emilio Isgrò. Ciò che accomuna queste opere e questi artisti è la ricezione della figura e del pensiero di San Francesco e le somiglianze che si ritrovano in essi, forse non sempre esplicitamente volute.
Sin dall’inizio del percorso torniamo al cantico che avevamo annunciato: “Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale”. Gerardo Dottori lo eleva a canto di morte e quindi di vita, necessariamente. Nella didascalia accanto, infatti, ecco la citazione dello stesso artista, riportata dal critico Massimo Duranti: “Il mio grandissimo amico Santo Francesco uomo inno che si spense cantando”.
Si è spento nel canto che è la nostra prima parola, canto di lode a Dio, che è natura, e solo mediante esso a Dio o alla natura - che per noi moderni fa lo stesso - ritorna. Mi vengono, ora, in mente le parole di Claude Lévi-Strauss che studiando il mito, che è parola, ragione, ha colto la sua connessione con il canto, che è natura, vita: “La gioia della musica è dunque quella dell’anima che per una volta è stata invitata a riconoscersi nel corpo”.
Lo stesso canto ora è davanti ai nostri occhi nella fotografia di Marina Abramović, direttamente dalle viscere del coro tragico della grecia classica. I suoi coreuti sono fanciulli, all’inizio della vita, nel pieno suo fiorire, uniti in una sola voce che sembra premere con violenza la vetrata lucida, senza mai riuscire a romperla, e così si ammutolisce e, al contempo, ci risuona nelle orecchie ancora: “sora nostra morte corporale”.
Dopo il grido bacchico ritorna il sole, seguendo i colori degli affreschi cinquecenteschi sul soffitto, la luce dell’imponente lampadario e qualche altra fiamma qua e là, arriviamo alla sala successiva, e quell’oro all’entrata ora ritorna enorme davanti ai nostri occhi.
L’artista questa volta è Omar Galliani e mentre leggiamo del significato sacrale che la luce ha per lui come per il santo di Assisi, si riflette ai nostri occhi, nello specchio, la schiena nuda di donna, che è madre e dunque vita, ma anche tentatrice e peccatrice. Eva, e quindi morte. Le sta accanto inciso sull’oro il cantico di cui avevamo solo percepito, fino ad ora, qualche suono.
Proseguendo ancora troviamo rovesciato di segno l’episodio famoso di san Francesco che predica agli uccelli esultanti nell'ascoltare: non è l’uomo che parla ma è il canto degli uccelli e il loro volo a essere esaltato e desiderato. “Sono gli uccelli naturalmente le più liete creature del mondo”, qualcuno ha scritto una volta nel lontano Ottocento a Recanati. Gli uccelli si oppongono all’uomo nella loro vitalità e leggerezza. Pesante è il suo corpo finito, nel bronzo cupo di Mimmo Paladino. Infestato, quasi mangiato da quegli uccelli che volano, come lui stesso aspira a fare cadendo ogni volta negli scatti fotografici di De Dominicis, che non essendo riuscito a nuotare, a ritornare al mare, cerca di farsi uccello e di volare.
In questo nostro lungo vagare, passando fra gli stracci della Venere di Pistoletto e le pesanti chiacchiere di Ceroli, siamo arrivati ancora una volta al cantico di san Francesco. Ora, però, quasi del tutto assente, cancellato, dove il logos rinuncia a sé stesso per poter veramente conoscere: Il Cantico di Francesco di Emilio Isgrò.
Così fra parola e canto, ci ritroviamo di nuovo catapultati al portone d’ingresso. Anche lì si possono vedere, se gli occhi del passeggiatore lo consentono. Basta sollevarli in alto, facendoci più grandi sulle punte dei piedi, nani che siamo, e lì lo troveremo, l’alfabeto freddo della ragione, che senza vita può poco conoscere, poco sperare di ritornare all’Uno. È ciò che resta del pane divorato dagli uccelli di Giuseppe Penone.
Siamo di nuovo fuori, nel caldo secco di questa estate tanto rovente, abbiamo respirato un attimo di vita e una porzioncina anche di morte, ché serve anche quella per la vita. Lo abbiamo fatto con San Francesco, con il Medioevo e il postmoderno, due mondi che si credono tanto diversi ma che tragicamente non possono non assomigliarsi.
Non dimenticarlo, “generazione sfortunata” - così ti ha chiamata Pier Paolo Pasolini - quando ti aggiri nei tuoi vicoli vecchi, come ha fatto lui, “più moderno di ogni moderno/ a cercare fratelli che non sono più”.
Jasmine Galietta





