Descrizione
Il primo giorno di scuola, a Spoleto, si può anche ricominciare da un disco. È la piazza sotto il municipio, quella che il 14 settembre accoglie DJ Ralf con i suoi lp e, tutt’attorno, ragazze e ragazzi appena usciti dall’estate. Non si tratta di una lezione, non un concerto, piuttosto un momento di ascolto condiviso. La scuola ricomincia, ma per una volta il primo invito non è a entrare in un’aula: è a fermarsi, ascoltare, stare insieme. È una scena inusuale e proprio per questo racconta bene ciò che Sacca Lab prova a fare: non aggiungere semplicemente un altro luogo alla geografia culturale di Spoleto, ma creare per qualche mese uno spazio nel quale cose normalmente separate possano incontrarsi - formazione e produzione, orientamento e creatività, musica e lavoro, studio e socialità. Un luogo temporaneo dedicato agli under 35, ospitato fino a dicembre dentro Palazzo Leonetti Luparini e inserito nel programma LAB35 Idee in Movimento, con il finanziamento di ANCI Umbria.
Il nome, del resto, non è casuale. Una sacca raccoglie, contiene, trasporta e al contempo tiene insieme materiali diversi, senza però chiedere loro di diventare uguali. È una metafora per raccontare Sacca, nata dalla co-progettazione e dalla co-programmazione tra Comune e Terzo Settore e costruita attraverso l’incontro tra due realtà con vocazioni differenti: FuoriFestival, laboratorio di innovazione culturale nato a Spoleto nel 2015, e Il Filo Rosso, associazione impegnata nella formazione, nella partecipazione e nel protagonismo giovanile. Non a caso, Elisa Ranucci de Il Filo Rosso definisce Sacca un’“avventura”: un progetto nato dall’incontro tra soggetti diversi, nel quale il punto di forza sta proprio nell’integrazione. Da una parte la sperimentazione culturale e artistica, dall’altra la formazione e il lavoro educativo. È proprio qui che la co-progettazione smette di essere una formula amministrativa e diventa una pratica: costruire insieme qualcosa che nessuno dei soggetti avrebbe prodotto nello stesso modo da solo.
Il risultato è una programmazione impossibile da ricondurre a una sola categoria. Nel MIND LAB c’è uno spazio di studio aperto, con tutoraggio, peer-to-peer, coaching e strumenti per accompagnare i percorsi formativi. Il JOB LAB si concentra invece sulle competenze trasversali, sul curriculum, sui colloqui, sulla ricerca attiva del lavoro e sulle competenze digitali, portando dentro Sacca anche imprese e Terzo Settore attraverso EU Meeting e Work for Change. Poi, quasi senza cambiare stanza, il registro si sposta: arrivano fotografia, musica elettronica, cinema, scrittura, danza, teatro, performance ed editoria indipendente. È nei tre laboratori affidati a FuoriFestival che questa vocazione diventa più evidente, tanto che nel 360 LAB la fotografia contemporanea incontra l’architettura mobile di “Senza Porta”, mentre la produzione musicale e il live entrano nella traiettoria di Sonic Melt. Il VISION LAB apre alla fanzine e alle pratiche editoriali indipendenti de La Forestiera, al cinema e al progetto n-Ego di Eleonora Danco e alle creative industries. Il PERFORMANCE LAB attraversa danza, teatro, movimento e installazione, fino all’incontro con la musica e la cultura griot attraverso Badara Seck.
L’ambizione è che una competenza acquisita in un laboratorio finisca per riemergere altrove, che chi entra per cercare lavoro si trovi ad ascoltare musica, che chi arriva per una pratica artistica incontri qualcuno con cui costruire un progetto. In questo senso Sacca lavora meno sulla programmazione che sulle condizioni: non decide in anticipo cosa debba succedere tra le persone, prepara un ambiente abbastanza poroso perché qualcosa possa succedere. È una distinzione importante soprattutto quando si parla di giovani. Difatti, Luigina Renzi, assessore comunale al Benessere e Innovazione sociale, ha indicato nella costruzione di uno spazio concreto di formazione, sperimentazione e confronto una possibilità per intervenire prima che il disagio sociale arrivi a manifestarsi nelle sue forme più evidenti. Ma la questione è più ampia della prevenzione: significa creare occasioni nelle quali i giovani non siano soltanto destinatari di un servizio, ma possano diventare parte attiva di un processo, capaci persino di coinvolgere chi normalmente resta più distante.
È qui che la parola “contaminazione” acquista un significato meno decorativo. Una città è fertile quando consente alle idee di uscire dai propri recinti e di incontrare persone che, senza un dispositivo capace di avvicinarle, probabilmente non si incontrerebbero. Arte e orientamento, musica e formazione, scuola e territorio, creatività e lavoro smettono così di essere compartimenti separati e diventano parti di uno stesso ecosistema. Forse è per questo che la temporaneità di Sacca è più interessante della sua durata: Sacca non promette una soluzione definitiva, ma costruisce un esperimento concreto, capace di lasciare una traccia anche dopo la sua chiusura.
Lo stesso vale per il rapporto con la città. Il sindaco di Spoleto Andrea Sisti ha richiamato l’idea che ogni generazione attraversi il proprio tempo e che agli adulti non spetti semplicemente consegnare ai più giovani ciò che loro stessi hanno considerato giusto, ma mettere a disposizione strumenti e possibilità perché possano vivere la città e le sue forme di espressione. Quanto siamo disposti a lasciare che una generazione modifichi il modo in cui il luogo che abita viene vissuto? Palazzo Leonetti Luparini, allora, diventa qualcosa di più di una sede, anzi costituisce una sorta di camera di compensazione urbana, nella quale linguaggi e traiettorie possono incontrarsi prima di prendere una direzione precisa. Una lezione può incrociare una performance; una fanzine può incontrare un laboratorio sul lavoro; una sessione di musica elettronica può convivere con il tutoraggio; un ragazzo arrivato per curiosità può uscire con un’idea che prima non aveva.
È forse questo il senso più interessante di “A place that doesn't exist yet”, la frase che accompagna il progetto. Non vuole indicare un luogo che deve ancora essere inaugurato, perché Sacca esiste già, ma, meglio ancora, un luogo il cui significato non è ancora completamente deciso. Esiste nella misura in cui viene attraversato, nelle relazioni che produce, nelle cose che mette in movimento. E proprio per questo può ancora diventare altro. Alla fine, bisogna tornare a quella piazza. Al primo giorno di scuola. A dj Ralf che mette un lp e a un gruppo di ragazzi che si ferma ad ascoltare sotto il municipio. Non è un’immagine laterale rispetto al progetto: è quasi la sua sintesi. Perché prima ancora di imparare qualcosa, lavorare su qualcosa, produrre qualcosa, c’è un gesto più semplice e più raro: condividere un tempo, un suono, uno spazio.
Il disco finisce. La scuola è appena cominciata. Sacca, invece, è ancora tutta da vedere.
E forse è proprio questo il punto: non sapere ancora esattamente che cosa diventerà un luogo non significa che quel luogo non esista. Significa che, almeno per un po’, sono le persone che lo attraversano ad avere la possibilità di deciderlo.
Chiara Scialdone





