Descrizione
C’è una cosa curiosa nella nostra vita quotidiana: abbiamo normalizzato gesti collettivi molto specifici e, quasi senza accorgercene, ne abbiamo dimenticati altri molto più antichi. Bere insieme, fumare insieme, riempire i bar la sera sono comportamenti perfettamente accettati, quasi rituali sociali. Cantare insieme, invece, molto meno. Ballare spontaneamente in uno spazio pubblico ancora meno. Eppure canto e danza sono linguaggi antichissimi: molti studi di antropologia e musicologia suggeriscono che le prime forme di vocalità condivisa abbiano avuto una funzione sociale ancora prima che esistesse la parola complessa. Prima di parlare, gli esseri umani già respiravano insieme, emettevano suoni, si muovevano in ritmo; erano gesti di comunità, modi primordiali di riconoscersi parte di uno stesso corpo collettivo.
Forse è anche per questo che esperienze come il festival Umbria in Voce oggi risultano così sorprendenti: non introducono qualcosa di nuovo, ma riattivano una memoria antica, ricordandoci che la voce non è soltanto uno strumento artistico, ma uno spazio di relazione. Dal 10 al 22 marzo torna l’undicesima edizione del festival dedicato alla voce come pratica di ascolto, presenza e costruzione di comunità. Un progetto che negli anni si è affermato come una delle esperienze culturali più originali del panorama umbro: non semplicemente un festival musicale, ma un laboratorio vivo in cui la voce diventa esperienza condivisa.
L’idea nasce nel 2015 dal percorso artistico e formativo della direttrice artistica Claudia Fofi, che da tempo lavora sulla voce non solo come strumento musicale ma come spazio di relazione, respiro e ascolto. “Quando le persone cantano insieme succede qualcosa di molto concreto”, racconta. “Il respiro si sincronizza, l’ascolto si amplifica, l’attenzione si sposta dall’individualità al gruppo”. È un cambiamento quasi fisico. Le persone arrivano come individui e, nel giro di poco tempo, iniziano a percepirsi come parte di un organismo collettivo. Accade qualcosa di straordinario: le differenze non scompaiono, ma diventano materia sonora. Quindi voci diverse, tra loro sconosciute, si intrecciano e proprio nella loro diversità trovano equilibrio.
Nel corso degli anni Umbria in Voce ha attraversato una trasformazione importante: da evento artistico è diventato progressivamente un progetto di comunità, costruendo relazioni con scuole, associazioni, cooperative sociali, istituzioni culturali e cittadini. “La crescita più significativa non è stata numerica ma qualitativa”, spiega Fofi. “Abbiamo capito che il valore del festival stava nella capacità di creare reti e di far incontrare mondi diversi attraverso la voce”.
Questa vocazione relazionale si riflette anche nella struttura stessa del festival. Accanto ai concerti e agli eventi artistici, la maggior parte dei laboratori sono gratuiti e aperti alla cittadinanza, pensati per permettere a chiunque di avvicinarsi alla pratica della voce e del canto condiviso, senza competenze musicali né barriere d’accesso. Una scelta non solo organizzativa, ma dalla forte impronta culturale.
“La voce è il primo strumento che tutti possediamo”, dice Fofi. “Non volevamo che l’accesso al festival fosse limitato da competenze musicali o da possibilità economiche. Aprire i laboratori significa invitare le persone a fare un primo passo e scoprire che possono partecipare anche senza esperienza”. È qui che il festival compie il suo gesto più radicale: sfida una dinamica molto radicata nella cultura contemporanea, quella che separa nettamente chi crea e chi assiste.
Qui, invece, non si viene soltanto ad ascoltare. Si viene invece a partecipare. Cantare insieme, improvvisare, esplorare la propria voce significa entrare direttamente nel processo artistico: finalmente la musica non è più qualcosa da osservare da lontano, ma una possibilità condivisa. Anche la città diventa parte integrante di questa esperienza: infatti il festival non si limita ai teatri o agli spazi concertistici ma attraversa biblioteche, centri sociali, cooperative, spazi educativi. Ogni luogo porta con sé una comunità diversa e il festival si muove tra queste realtà creando occasioni di incontro tra persone che nella vita quotidiana difficilmente si incrocerebbero.
In questa visione trova spazio anche il pensiero di Aldo Capitini, filosofo umbro della nonviolenza, che parlava di colloquio corale per descrivere la possibilità di un dialogo in cui molte voci possono esistere insieme senza annullarsi. “Il concetto di colloquio corale è molto vicino allo spirito di Umbria in Voce”, racconta Fofi. “E in Capitini è centrale anche l’idea di festa, perché tutto sia di tutti. Mi piace pensare al festival proprio come a una festa della voce”. Non è un caso che il tema di questa edizione sia “Canto, arte di gioia e pace”. Parlare di pace oggi può sembrare quasi controcorrente, ma il festival sceglie di farlo attraverso gesti semplici e profondi. Ponendo l’attenzione sul fatto che cantare insieme richiede ascolto, equilibrio e rispetto dei tempi dell’altro, si scopre che cantare insieme è un esercizio di convivenza.
In questo senso Umbria in Voce non è soltanto un festival: è un esperimento culturale su come si costruisce una comunità attraverso il suono. In un tempo attraversato da conflitti e polarizzazioni, creare spazi in cui le persone possano fare esperienza concreta di armonia diventa un gesto culturale e, nel senso più alto del termine, anche politico. Tra i momenti che meglio raccontano l’anima del festival ci sono quelli in cui le persone si dispongono in cerchio per cantare insieme: il cerchio è una forma semplice ma potente in cui nessuno domina il centro, tutti si vedono e tutti possono contribuire. In questi momenti la distinzione tra chi conduce e chi partecipa lentamente si dissolve e la voce diventa uno spazio condiviso.
Chi arriva per la prima volta a Umbria in Voce spesso racconta di non aspettarsi un’esperienza del genere. Si entra con curiosità, magari con un pizzico di timidezza, e si scopre invece un ambiente accogliente, curioso, sorprendentemente aperto, in cui la voce non viene giudicata ma esplorata. Ed è forse proprio questo il cuore del festival, anche dopo undici edizioni: continuare a creare luoghi in cui le persone possano incontrarsi, ascoltarsi e cantare insieme. Non per nostalgia o per recuperare tradizioni perdute, ma per ricordarci che la voce, prima di essere spettacolo, è stata per millenni uno dei modi più semplici e profondi che gli esseri umani hanno inventato per riconoscersi parte della stessa comunità.
Per informazioni e iscrizioni ai laboratori è possibile scrivere a umbriainvoce@gmail.com
Il programma completo del festival è consultabile sul sito www.umbriainvoce.it
Chiara Scialdone





