Per andare altrove bisogna cedere qualcosa: Cane sulla Luna in un altro universo

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Data:

30 Ottobre 2026

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Ci hanno insegnato a non arrenderci. A tenere duro, difendere le posizioni, non mollare la presa. Perfino quando parliamo di noi stessi ricorriamo volentieri al vocabolario della battaglia: affrontiamo problemi, combattiamo paure, vinciamo insicurezze, superiamo ostacoli. La resa arriva alla fine, quando le possibilità sono esaurite. È la parola di chi ha perso.

Cane sulla Luna prova a raccontarla al contrario.

“La resa è sconfitta solo per chi vede il mondo come continuo campo di battaglia”, dice la band parlando di In un altro universo, il nuovo singolo uscito il 16 ottobre per Steel Bay e secondo anticipo dell’album atteso nella primavera del 2027. Dentro quei pochi minuti la resa avviene parecchie volte: tra due persone che cercano di fidarsi, tra due voci che si avvicinano senza sovrastarsi, tra strumenti che occupano e restituiscono spazio. Persino nella storia del brano, che per trovare la propria forma ha dovuto smettere di appartenere completamente a chi lo aveva scritto.

All’inizio, infatti, In un altro universo era un’altra canzone. Nicola Pressi l’aveva composta da solo, pianistica, più dichiaratamente cantautorale. “Il pezzo era forte, ma non completo”. Così è rimasto per qualche mese al buio. Nel frattempo Cane sulla Luna stava cambiando pelle: il progetto nato a Terni nel 2019 attorno alla scrittura di Pressi era diventato un trio con Alessia Sbordoni, voce e sintetizzatori, e Andrea Assogna, batteria e drum pad. Non semplicemente nuovi musicisti intorno a un autore, ma tre persone che compongono, producono e suonano insieme.

Per raccontare questo passaggio loro scelgono un’immagine eloquente: un “accordo firmato con il sangue” tra Nicola e il proprio ego, una tregua dopo la quale smettere di farsi la guerra e cominciare a collaborare per qualcosa che esiste fuori dal singolo. È curioso che proprio da questa trasformazione sia riemersa una canzone che parla di affidamento. Come se, prima ancora di poterlo raccontare, In un altro universo avesse dovuto sperimentare il proprio argomento: essere lasciata andare, consegnata ad altri, modificata.

Il risultato conserva una scrittura cantautorale riconoscibile, ma la sottrae alla solitudine. Le chitarre incontrano i sintetizzatori, la batteria si allarga senza saturare, le voci di Pressi e Sbordoni entrano ed escono l’una dall’altra. C’è qualcosa del rock pop degli anni Novanta, una malinconia che non precipita mai davvero nel buio, e soprattutto un ritornello costruito per allargarsi, fino ad assumere una dimensione quasi corale. L’arrangiamento, spiegano, è nato “lasciando che ognuno cedesse qualcosa all’altro”. Ancora una volta: cedere, ma senza sparire.

È forse questo il punto più interessante della canzone. L’universo alternativo evocato dal titolo potrebbe facilmente diventare un rifugio romantico, un luogo immacolato nel quale due anime finalmente si riconoscono mentre il mondo resta fuori campo. Cane sulla Luna, invece, sporca continuamente quella possibilità con cose piccole, comuni, persino goffe. C’è il mal di denti. Ci sono gli scarti del pranzo e le medaglie di bronzo. Le partenze intelligenti. Qualcuno che accende la televisione e ci si perde dentro. Qualcun altro che affronta una Taranto-Cesena con la radio spenta.

È una geografia sentimentale piuttosto improbabile. Ed è proprio per questo che funziona.

“Un altro universo fatto solo di assoluto sarebbe stato comodo, ma anche un po’ finto”, spiegano. Fidarsi, per loro, succede “nel mezzo delle cose”. L’ironia impedisce alla canzone di prendersi troppo sul serio, la prosa quotidiana abbassa deliberatamente la temperatura e così, quando arrivano quelle anime che ballano insieme, l’immagine può permettersi di essere enorme senza diventare enfatica. L’altrove acquista credibilità perché ha ancora le scarpe sporche di questo mondo.

D’altra parte, forse le relazioni funzionano davvero così: raramente nei momenti predisposti per essere memorabili, molto più spesso mentre la vita continua a produrre distrazioni, stanchezza, rumore, tragitti inutilmente lunghi. Affidarsi a qualcuno non sospende tutto questo. Accade lì dentro. Per Cane sulla Luna “passare oltre la quotidianità” significa precisamente attraversarla.

E allora anche la resa cambia significato. Non è l’abbandono inerte di chi smette di scegliere, ma un gesto cosciente: lasciare per un momento l’illusione di poter governare ogni cosa, compresa la relazione con l’altro. Nel testo ritornano il blues e il tango, e non sembrano soltanto riferimenti musicali. Per ballare bisogna conoscere il proprio movimento, ma anche sentire quello di chi ci sta davanti. A volte avanzare. A volte fare spazio.

Questa oscillazione racconta bene anche il nuovo Cane sulla Luna. Dopo A lieto fine, disco d’esordio completato nel 2023, Principessa ha inaugurato a giugno una fase differente. In un altro universo ne è il secondo indizio. La formazione è cambiata, l’organico è diventato più eclettico, la scrittura sembra cercare contemporaneamente intimità ed espansione. I primi due brani del prossimo album, raccontano, sono accomunati da “una spinta verso l’alto”: spiritualità, altri universi, il mondo osservato da un bambino vestito da principessa e, aggiungono lasciando aperta la porta, “chissà cos’altro”.

L’alto, però, non cancella il punto da cui si parte. Cane sulla Luna è nato e cresciuto a Terni, anche se non ha interesse a trasformare questa provenienza in un’etichetta estetica. La provincia, dicono, entra comunque “nell’aria che respiri, nell’acqua che bevi, nelle persone che incontri, nelle frasi che scrivi nelle canzoni”. Non serve dichiararla continuamente perché lasci una traccia.

Semmai conta ciò che si decide di fare da quel punto di partenza. Ed è qui che la band usa l’immagine più bella per raccontarsi: partire dalle proprie vite e, attraverso quella “piccola navicella chiamata canzone”, andare altrove.

Forse In un altro universo sta facendo esattamente questo. Non promette una fuga spettacolare né un posto migliore raggiungibile chiudendo gli occhi. Parte dal mal di denti, dalla noia, dalla diffidenza, da una strada percorsa senza neppure accendere la radio. Parte persino da una canzone lasciata incompleta perché una persona, da sola, non riusciva ancora a portarla dove doveva andare.

Poi arrivano gli altri.

Qualcuno cede qualcosa, il ritmo cambia, le voci si incontrano. E l’altrove, finalmente, si apre.

Testo di Chiara Scialdone

Foto di Federico Sciaboletta

A cura del MUG - Magazine Umbria Giovani
direttore responsabile Giovanni Dozzini

Ultimo aggiornamento: 30/10/2026, 09:21

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