Descrizione
All’inizio è solo un piccolo atto di fiducia. Ci si presenta davanti a un portone antico senza una trama precisa in testa, con quell’attitudine sospesa che si riserva alle cose che non promettono nulla ma potrebbero restituire molto. Non si sa che forma prenderà la serata, né quanto si sarà chiamati in causa. Si sa soltanto che vale la pena attraversare quella soglia. Dentro, a Spazio Cult, le volte in mattoni custodiscono un’aria densa di familiarità e curiosità, come se le pareti avessero già visto passare molte parole prima delle nostre. Siamo a pochi passi dalle scalette vicino all’Università per Stranieri di Perugia, ma il tempo sembra rallentare. Le persone entrano alla spicciolata, si guardano, si siedono dove capita. Poi, quasi senza preavviso, Pietro, cantautore emergente con la chitarra, inaugura lo spazio con uno stornello improvviso, una specie di chiamata collettiva che mette in vibrazione la stanza. Subito dopo arrivano Elia e Matteo.
Non c’è palco. Solo un divanetto. E questa assenza di verticalità non è un dettaglio estetico, ma una dichiarazione d’intenti: nessuno è sopra, nessuno è sotto. La parola circola orizzontalmente, come un respiro condiviso. È in quel momento che diventa chiaro che non si è lì per assistere a qualcosa, ma per prenderne parte. All’inizio questo appuntamento si chiamava poetry slam, ma non è mai stato davvero uno spazio competitivo o performativo. Piuttosto, nelle prime edizioni, si leggevano poesie. Tante poesie. Una dopo l’altra. Senza dibattito, senza confronto aperto, solo voci che si alternavano. Poi, pian piano, il formato ha iniziato a mutare pelle spontaneamente. La poesia ha smesso di essere l’unico centro e si è trasformata in una delle possibilità. Il pubblico ha sentito il bisogno di intervenire, di raccontarsi, di aprire parentesi personali. Così quello che era nato come un momento di lettura collettiva si è trasfigurato in un colloquio corale, uno spazio dove la parola non serve a dimostrare qualcosa, ma a incontrarsi.
La genesi è sorprendentemente semplice. Elia e Matteo raccontano che, dopo l’università e l’inizio del lavoro, non riuscivano più a ritagliarsi il tempo per quei lunghi dialoghi filosofici che avevano nutrito la loro amicizia. Hanno allora deciso di formalizzare quei momenti, di renderli pubblici, trasformando un’urgenza privata in un gesto collettivo. Un modo per continuare a vedersi, certo, ma anche per aprire quel dialogo a chiunque sentisse il bisogno di uno spazio simile. Da lì in poi, la serata ha iniziato a costruirsi insieme a chi la attraversava.
Esiste una struttura minima, una sorta di ossatura invisibile, ma tutto il resto è affidato all’improvvisazione. Spesso nemmeno loro sanno cosa porterà l’altro, e ancora meno sanno cosa emergerà dal pubblico. Questa assenza di copione non è casuale: è una scelta precisa che dissolve le sovrastrutture, disinnesca il pensiero performativo e restituisce centralità a ciò che non può essere programmato. È così che prende forma uno spazio di sorpresa, dove ogni intervento trova legittimità senza dover essere preparato o lucidato. A reggere tutto ci sono tre regole semplicissime e radicali: ascolto, condivisione, non giudizio. Sono il perimetro invisibile che rende possibile l’apertura. A questo si aggiunge la formazione dei due fondatori, entrambi educatori, abituati a muoversi con cautela nei territori fragili dell’umano. Sanno quanto possa essere esposto chi prende parola davanti a trenta sconosciuti, sanno riconoscere quando qualcuno si trova sul filo sottile tra il raccontarsi e il proteggersi. La sicurezza psicologica, qui, non è un effetto collaterale: è una costruzione attiva, fatta di attenzione costante e responsabilità condivisa.
In questo contesto, la vulnerabilità smette di essere una debolezza e diventa un vero luogo di espansione. Elia e Matteo partono sempre da sé, condividendo pensieri intimi, a volte scomodi, lasciando che l’imbarazzo faccia il suo corso. Questo attiva un meccanismo di rispecchiamento potente: se chi conduce si mostra senza maschere, anche gli altri si sentono autorizzati a farlo. Così emergono storie personali, silenzi carichi di senso, talvolta lacrime, sempre attraversate da un ascolto profondo. Intanto succede qualcosa di raro: i telefoni spariscono. Nessuno li estrae, nessuno sente il bisogno di documentare. Non perché sia vietato, ma perché semplicemente non serve. È come se l’intero spazio producesse un invito silenzioso alla presenza. In un’epoca in cui ogni esperienza tende a diventare contenuto, questo gesto collettivo assume il valore di un atto politico. Qui non si consuma un evento culturale, non si accumulano prove digitali del proprio passaggio. Qui si resta.
Anche la comunicazione segue questa stessa grammatica relazionale. Non esiste una pagina Instagram dedicata. Le date vengono diffuse pochi giorni prima, quasi sottovoce. Tutto passa dal passaparola. Chi arriva spesso è amico di un amico, o qualcuno che ha ricevuto un consiglio semplice: vieni, fidati. Non si partecipa per un tema specifico, ma perché ci si fida del contesto. Entrare diventa, ancora una volta, un atto di fiducia. Attraversa il progetto una tensione sottile: da un lato il desiderio di raggiungere più persone, dall’altro la necessità di preservare l’intimità che rende possibile tutto questo. L’idea di introdurre telecamere, per esempio, solleva interrogativi profondi. Un obiettivo potrebbe alterare la naturalezza, inibire chi decide di esporsi, rompere quella delicatezza che tiene insieme il cerchio. È un equilibrio fragile, che richiede cura continua.
E non riguarda solo chi partecipa. Riguarda anche Perugia. Una città spesso raccontata come statica o difficile per chi è giovane, ma che qui mostra un’altra traiettoria possibile: quella di spazi che generano comunità, di pratiche culturali che mettono al centro le relazioni, di luoghi dove la parola non è intrattenimento ma tessitura sociale. Non è una poetry slam restituisce l’immagine di una città ancora capace di produrre prossimità, presenza, appartenenza. Io ci sono andata senza un’idea precisa di cosa mi aspettasse. Ne sono uscita con il desiderio di tornare. Con quella sensazione rara di aver intercettato un luogo intimo, non chiuso ma permeabile, uno di quegli spazi che non promettono nulla e proprio per questo riescono a lasciare molto. Un luogo di relazione, dove non serve arrivare preparati, ma soltanto disponibili. Il prossimo appuntamento è giovedì 20 febbraio alle 21.30, a Spazio Cult, vicino alle scalette dell’Università per Stranieri. Si entra senza sapere cosa succederà, e si torna a casa con la sensazione rara di aver trovato un luogo di relazione.
Chiara Scialdone





