Descrizione
Più di trecentoquaranta centri clandestini di detenzione e tortura. Due milioni di argentini in esilio. Tredicimila condanne registrate ufficialmente da indagini post-dittatura. Un debito pubblico che arrivò a toccare i 45 miliardi di dollari. Oltre cinquecento bambini sottratti e affidati illegalmente a famiglie vicine al regime. E, infine, trentamila desaparecidos, di cui quasi duemila italiani. Questi sono solo alcuni degli impietosi numeri che si possono menzionare quando si parla della dittatura civile, militare ed economica che sbriciolò l’Argentina tra il 1976 e il 1983. Una delle pagine più buie di tutta l’America Latina che ancora oggi lascia dietro di sé profonde cicatrici e domande senza risposta.
Da Buenos Aires a Perugia. Più di undicimila chilometri di distanza. Venerdì 11 ottobre – davanti a una Piazza IV Novembre in cui si respirava un’aria gioviale per l’imminente Marcia per la Pace – nella Sala della Vaccara di Palazzo dei Priori si è tenuto un incontro dal titolo Noi siamo ancora qui. Il tema centrale la lotta che le Madres e Abuelas de Plaza de Mayo hanno portato avanti in Argentina (e non solo) per i loro figli e nipoti rapiti dalla Giunta Militare. Una battaglia che, dopo decenni estenuanti, prosegue con vigore e che lo scorrere del tempo tuttora non ha scalfito.
L’associazione promotrice della conferenza – con il patrocinio del Comune di Perugia e sotto l’attento sguardo dell’assessore Fabrizio Croce – si chiama Col cuore in mano. Un’istituzione nata per supportare l’ONG Emergency in tutte le sue attività: dalla difesa dei diritti al sostegno delle donne che lottano per la giustizia. E chi incarna questo principio meglio delle agguerrite madri e nonne argentine, instancabili nella ricerca di una verità taciuta?
Sono intervenute inoltre Daniela Binello e l’attrice Roberta Fornier, due importanti personalità del panorama culturale italiano. La prima, giornalista torinese, ha parlato, tra le altre cose, del suo saggio Il diritto non cade in prescrizione, centrato sul processo che si tenne a Roma sui desaparecidos italiani in Argentina. La seconda, invece, ha interpretato con intensità spezzoni e monologhi tratti da testi che raccolgono le testimonianze di un barbaro eccidio.
Ad aprire le danze Carla Rosati dell’associazione Col cuore in mano, la quale, oltre a offrire una breve ma dettagliata biografia delle ospiti, ha rimarcato il valore dei due concetti chiave dell’incontro: i diritti e il ruolo delle donne. Diritti che oggi, in un momento di estrema complessità in diversi Paesi, vanno strenuamente difesi per tutti, senza guardare i confini. Altrimenti, riprendendo le parole di Gino Strada, non si può parlare di diritti ma soltanto di meri privilegi.
L’invito di Rosati è stato poi accolto da Daniela Binello, che ha offerto una lucida analisi storica e politica dell’Argentina degli ultimi decenni, soffermandosi sul drammatico percorso che ha affrontato la Repubblica per arrivare a garantire una tutela effettiva dei diritti umani. L’influenza del caudillo Juan Domingo Perón e il succedersi di maldestri colpi di Stato sono stati, secondo Binello, i prodromi che hanno portato al potere la Giunta Militare di Jorge Videla. Per descrivere l’operato dell’esercito la giornalista ha usato un’espressione forte, ma di grande rilevanza: sterminio scientifico. Perché questo fu l’obiettivo della dittatura, che si macchiò di un vero e proprio genocidio generazionale – soprattutto nei confronti della fascia giovanile – per eliminare sistematicamente le ideologie di sinistra.
Il focus del suo intervento si è poi spostato sulle Madres e Abuelas di Plaza de Mayo.
Queste donne, dal 30 aprile del 1977, si radunarono ogni giovedì davanti alla Casa Rosada, sfilando con appresso le foto dei loro cari e con l’iconico pañuelo bianco in testa, diventato uno dei simboli della resistenza del secolo scorso. Malmenate dai militari, oggetto di scherno e spesso anche imprigionate, la loro era l’unica voce che denunciava la desaparición di migliaia di giovani. Giovani che furono torturati, uccisi e sterminati nei modi più barbari. Infatti, come sottolinea la stessa Binello, non si possono non ricordare i famosi voli della morte, durante i quali coloro che erano considerati oppositori del regime – dopo essere stati imbottiti di pentotal – venivano lanciati ancora vivi nel Río della Plata. Un fiume che si è trasformato in uno dei più grandi cimiteri dell’America Latina.
Il momento più toccante dell’incontro è stato l’intervento di Roberta Fornier. L’attrice ha recitato un monologo – tratto dal libro Le irregolari. Buenos Aires horror tour di Massimo Carlotto – che racconta la storia di una abuela di Plaza de Mayo alla ricerca della figlia, rapita mentre era incinta. Dalle università agli ospedali, dagli orfanotrofi ai cimiteri, dai consolati alle chiese fino ad arrivare direttamente alle porte della Casa Rosada: ecco il disperato cammino che centinaia di donne hanno battuto per anni. Senza ottenere risposte, nella maggior parte dei casi. L’unica speranza restava l’associazione, la collettività, il condividere lo stesso lacerante destino. Perché sì, alla fine, ogni madre è diventata la madre di ogni singolo desaparecido.
A chiusura dell’appuntamento, un momento di commemorazione per i tanti italiani scomparsi in Argentina, il cui legame storico con il nostro Paese è ancora fortissimo. I sequestrati italiani hanno ottenuto un minimo di giustizia soltanto nel 2000, quando il 6 dicembre venne emessa in contumacia una sentenza che condannava all’ergastolo alcuni militari.
Una conferenza che, oltre a serbare il ricordo degli orrori di quel periodo, ha offerto svariati spunti che devono essere necessariamente riattualizzati nel tempo presente. Ogni giorno, sotto gli occhi di tutti, vengono calpestati i diritti di bambini, donne, uomini e anziani. Rievocare un massacro avvenuto dall’altra parte del mondo cinque decenni fa non può non risvegliare le nostre coscienze – spesso, ahimè, sonnecchianti e intorpidite – di fronte ai genocidi e alle guerre che si stanno svolgendo oggi. Perché noi siamo ancora qui. E l’esempio delle “Madri Coraggio” deve essere un monito per ogni essere umano. Nessuno escluso.
Gioele Tartocchi





