L’Umbria si sveglia al grido di KUM! Festival 2026 – La tentazione della violenza

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Data:

30 Ottobre 2026

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Descrizione

Domenica 25 ottobre conta le ultime ore di vita della decima edizione di KUM! Festival 2026 - La tentazione della violenza. Un Festival ideato da Massimo Recalcati e Federico Leoni il cui scopo è la creazione di un “luogo aperto di riflessione sul tema della cura", come recita il sito ufficiale del festival. Uno spazio pubblico che, in quanto tale, non è radicato in senso geografico ma la cui provenienza è spinta per il suo ampliamento. Esso è ciò che rende possibile quello che è la politica per definizione, e cioè la relazione dinamica tra pubblico e privato, riconoscimento dell'uguaglianza e al contempo della diversità tra i singoli nella totalità, implicati in una tensione dinamica e strutturata, la democrazia stessa. Unica dimensione possibile di costruzione e sviluppo del sapere. 

Sin dal trasferimento del Festival per il suo decimo compleanno a Perugia, dopo Ancona - madrepatria - e Pesaro, si nota questo scopo che è anche alla base dell’argomento d’elezione di questa edizione: la violenza e la sua trasformazione in “forza e forma” che garantisce la cultura. Anche a Palazzo Graziani se ne parla, tra i luoghi che hanno ospitato gli incontri di questi tre giorni. Nella Sala delle Colonne, i protagonisti del dibattito per questa ora non giocano fuori casa, come molti altri ospiti, ma vengono direttamente dal cuore culturale e istituzionale di Perugia: l’università. 

L’evento è Il confine fragile. La tentazione della violenza e la vocazione dell’università, a intervenire, moderati dalla professoressa di Psicologia Dinamica e psicologa Claudia Mazzeschi, altri nomi noti dell’ateneo perugino: il rettore e professore di Storia della filosofia Massimiliano Marianelli, il professore di Discipline demoetnoantropologiche Daniele Parbuono, la professoressa di Psicologia Dinamica Elisa Delvecchio e Fabio Raspadori, professore di Diritto dell’Unione Europea. Sin dall’insieme eterogeneo di esperti, in questo dialogo democratico che punta a integrare le diverse discipline in un rapporto dinamico che consente l’arricchimento reciproco, si vede realizzato lo scopo del festival. I protagonisti dell’incontro riflettono insieme proprio sul ruolo che il sapere e l’università devono avere rispetto alla pace e alla violenza.

L’intervento del rettore Massimiliano Marianelli coglie subito il legame tra il tema della violenza e quello generale della cura evocato sin dal curioso nome del festival. Termine che deriva dall’aramaico, è una citazione biblica. Sono le parole che Dio urla a Giona anche dopo essere stato divorato dal “grosso pesce” per tre giorni e tre notti, così come Pinocchio, prima di farsi adulto. Le stesse parole che Cristo urla alla fanciulla morta e risorta pronta ad affrontare la vita. Grido di colui che è morto e, dopo gli stessi tre giorni, resuscitato per ridare vita. Si tratta di una rinascita che passa attraverso la morte, una crescita che implica la capacità di accettazione dell’esistere in tutte le sue contraddizioni. La parola significa “alzati”, è una chiamata che invita alla ripartenza e alla responsabilità, come per Giona e Pinocchio. Questo rapporto dinamico con l’esistere implica il concetto stesso di cura che è “attenzione” per tutto quel che è altro da sé. Esso è infatti, come sottolinea lo stesso rettore, un valore etico e istituzionale e quindi politico. Infatti la cura è alla base di quella che per Marianelli è la risposta alla violenza, cioè la creazione di ciò che definisce lo spazio del “tra”. Il quale è proprio lo spazio pubblico fatto di relazioni tra i soggetti, nate dal riconoscimento dell’altro attraverso uno sforzo razionale di accettazione e superamento dei confini dei singoli, necessari per quella differenza - e non disuguaglianza - che è alla base stessa dell’incontro. 

La falsa pretesa di eliminazione dei confini del principium individuationis in modo astratto e razionale è in realtà la non accettazione di essi, della contraddizione alla base dell’esistenza, che invece deve accettare il soggetto adulto. L’annullamento dei confini senza questo sforzo è tipico di ogni ideologia e quindi di ogni pensiero totalitario astratto che porta non alla creazione e alla forma ma alla distruzione e quindi alla violenza, come il lager. 

Per Marianelli, la “vocazione” dell’università non è solo quella di portare avanti la ricerca e quindi la conoscenza e la prevenzione alla violenza ma lo stesso riconoscimento dei confini entrando a far parte essa stessa del progetto di creazione di quello spazio pubblico e quindi democratico che è lo spazio del “tra”. Per questo obiettivo, sin dall’inizio della sua carica, ha promosso la sottoscrizione della Carta di Assisi, un documento firmato da atenei italiani e stranieri che incarna questo faticoso sforzo di costruzione della pace da parte dell’università.  Il quale, riconosce, spesso è portato avanti anzitutto dagli stessi studenti, non più adolescenti ma anzi nel pieno dell’affermazione della loro nuova adultità. 

Della distinzione tra adolescenti e adulti ne parla anche Elisa Delvecchio. La quale mostra i risultati di una ricerca che si interroga sulle possibilità di una vita pacifica. Gli adolescenti tendono ad essere più propensi alla guerra rispetto agli adulti ma ciò non significa che siano più favorevoli ad essa e anzi, per entrambe le categorie, la guerra non è il principale mezzo per risolvere i conflitti. Ciò che davvero fa la differenza sono la compassione e l’empatia da parte dei soggetti. Premessa per la costruzione dello stesso spazio pubblico costituito dalle varie strutture che rendono possibile la “pace positiva” e cioè intesa non solo come assenza di guerra ma come eliminazione delle disuguaglianze, affermazione di giustizia sociale e benessere.  

È quello che si è realizzato, almeno in parte, all’interno del macro confine europeo, come afferma Fabio Raspadori. È inevitabile infatti ammettere che l’Europa nella contemporaneità è “un bel posto dove vivere” e ciò proprio a partire dal riconoscimento di questi valori. Tuttavia, sostiene Raspadori, inaspettatamente oggi ciò viene di nuovo messo in discussione e minacciato. Proprio per questo si deve creare quell’università della pace, che costruisca ponti di incontro e confronto tra i diversi confini e non la loro dissoluzione, promossa dalla Carta di Assisi che sin dal nome rivela il legame con la cultura umbra piena di simboli di pace: San Francesco e la sua stessa città, ma anche San Benedetto e Aldo Capitini.

Ci si era illusi dalla fine del secolo scorso che la violenza e la distruzione non potessero più realizzarsi. Si parlava della fine di una storia che non ha fine e che non porta a nulla, come le prime battute del nuovo millennio avevano già rivelato. Esso è di nuovo in preda all’ideologia e all’astrazione che portano all’uso di una ragione strumentale che mira al dominio del mondo e dell’altro e che può portare solo al caos e alla dissoluzione dello spazio pubblico. Violenza, una parola che viene fatta coincidere spesso, anche in questi giorni, con i giovani e che invece non è solo la loro e che è conseguenza di questa disillusione inaugurata dai loro nonni e padri. 

La reazione delle vecchie generazioni è quella di sconfitta, come rivela nel suo intervento Daniele Parbuono. La quale è seguita dall’offesa che deriva dal tradimento di quei valori, dall’aver costruito un mondo sul trionfo del consumo e del guadagno, dell’agonismo e della competizione, e la colpa - lo riconosce - è la loro anzitutto. Su questi valori strumentali si basa un’idea di formazione che per questo deve essere rivista del tutto. Cosa che, sostiene lo studioso, sono gli stessi giovani a fare già. Condanna così la questione delle disuguaglianze economiche, per cui tutt’oggi la minoranza ricchissima schiaccia la maggioranza povera. Oppone a questo modello quello della decrescita di Latouche che implica una nuova forma di azione che riconosca il crollo del mito del progresso su cui si è basata gran parte della storia occidentale e faccia prevalere il benessere e la felicità autentici, non sinonimi del consumo basato invece su falsi desideri e quindi su una falsa vita. 

In questo modo, conclude lo stesso rettore, si compie il vero scopo di realizzazione del singolo e cioè della sua “convenienza” intesa etimologicamente come “riappropriazione di ciò che siamo” e che è alla base del superamento e della conservazione delle differenze e quindi della costruzione dello spazio pubblico, quello creato e animato in questi tre giorni dal canto del gallo di KUM. 

Jasmine Galietta

A cura del MUG - Magazine Umbria Giovani
direttore responsabile Giovanni Dozzini

Ultimo aggiornamento: 30/10/2026, 09:14

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