L’arte di uscire da sé: Factory Fest e il rito contemporaneo dello stare insieme

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Data:

08 Ottobre 2026

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Ci siamo abituati a un mondo che viene verso di noi. La musica arriva nelle cuffie, i film aspettano pazientemente che decidiamo quando guardarli, gli algoritmi imparano ciò che amiamo e ce ne restituiscono variazioni potenzialmente infinite. Possiamo interrompere, accelerare, saltare, tornare indietro. Perfino l’altrove, ormai, viene spesso convocato dentro uno schermo. In questa geografia addomesticata dell’esperienza, le arti performative conservano qualcosa di curiosamente indisciplinato: chiedono ancora che un corpo raggiunga un altro corpo, in un luogo preciso, a un’ora precisa. E, una volta lì, che accetti di non controllare completamente ciò che accadrà.

È forse da questa piccola anomalia contemporanea che conviene osservare Factory Fest, la Festa delle arti performative che, per la sua sesta edizione, attraversa l’Umbria passando per Campello sul Clitunno, Spoleto, Perugia, Foligno e Spello con teatro, danza, musica, installazioni, cinema, performance e formazione. Il titolo scelto per il 2026 è “Fuori di sé”, ovvero un’espressione che nel linguaggio comune indica la perdita del controllo, l’eccesso, perfino lo smarrimento. Invece il festival rovescia questo significato e ne fa una postura: uscire dal proprio centro per lasciare che qualcosa di esterno interrompa, almeno temporaneamente, la continuità dell’io. Detta così potrebbe sembrare un’astrazione: eppure è difficile immaginare un invito più aderente al presente. Viviamo dentro dispositivi culturali sempre più capaci di restituirci a noi stessi: i nostri gusti, le nostre opinioni, le nostre comunità di riferimento, le nostre preferenze tradotte in previsione. “Fuori di sé” suggerisce il movimento opposto: non l’annullamento dell’individuo, ma una sua temporanea decentratura. Significa esporsi all’incontro con un linguaggio che non si comprende immediatamente, con una voce che non conferma la nostra, con un corpo estraneo, con la possibilità persino della noia, della fatica, dello spaesamento. Tutte condizioni che una cultura costruita intorno alla personalizzazione tende progressivamente a espellere, e che l’arte continua invece ostinatamente a frequentare.

Per questo la parola “fest” conta almeno quanto la parola “factory”. Elisabetta ed Emiliano Pergolari, direttori artistici del festival, la intendono non come sinonimo di intrattenimento, ma come esperienza di presenza condivisa: qualcosa che accade qui e ora e che, proprio per questo, non può essere riprodotto altrove nello stesso modo. L’antropologo Victor Turner avrebbe parlato di communitas, quella condizione provvisoria in cui le gerarchie abituali si allentano e un gruppo sperimenta una diversa forma di prossimità. Émile Durkheim, molto prima, aveva riconosciuto nei rituali collettivi una sorta di “effervescenza” capace di far percepire agli individui l’esistenza di qualcosa che li eccede. Non occorre trasformare un festival in un rito arcaico per cogliere l’analogia: riunirsi intorno a corpi, voci, suoni e gesti continua a produrre una qualità dell’esperienza irriducibile alla somma dei singoli spettatori.

Il programma sembra costruito precisamente dentro questa tensione. Nel primo fine settimana, *POP* di Nicola Galli ha trasformato presenza, gioco e movimento in un’azione progressivamente corale; Bloom & Doom [Poetic Riot] di Caterina Moroni ha attraversato il collasso climatico insieme a bambine e bambini, incrinando la consueta distribuzione generazionale tra chi insegna e chi deve imparare. La vita degli animali di Elisa Pol e Chiara Lagani ha spostato ulteriormente il baricentro, interrogando il modo in cui l’umano abita la Terra e costruisce la relazione con le altre specie. In “Speaking Cables” di Agnese Banti, voce, cavi e altoparlanti hanno fatto del suono una materia capace di riscrivere lo spazio; Comeback ha attraversato i dispositivi dell’idolatria contemporanea, mentre Re Penelope ha sottratto alla postura dell’attesa una figura femminile che l’immaginario occidentale vi aveva confinato per secoli. Più che illustrare un tema, insomma, questi lavori sembrano declinarne le fratture. Ogni volta c’è un centro che perde stabilità: l’individuo davanti al gruppo, l’adulto davanti all’infanzia, l’umano davanti all’animale, lo spettatore davanti al performer, il mito davanti alla possibilità di essere riscritto. E forse è proprio questa la funzione più fertile di una manifestazione culturale: non offrire una spiegazione del mondo, ma complicarne temporaneamente la lettura.

Dal 8 all’11 ottobre il movimento prosegue soprattutto a Foligno, con una costellazione altrettanto eterogenea. Parade-Un atto di presenza di Lucia Guarino, Teresa Rospetti ed Emma Tramontana porta la danza in Piazza della Repubblica e usa la molteplicità dei corpi come forma di attraversamento dello spazio pubblico. Non una voce di Ultimi Fuochi Teatro abbandona a sua volta la rassicurazione della sala teatrale; Svastica sul sole Experience di lacasadargilla riprende Philip K. Dick e la potenza cognitiva della distopia per insinuare una faglia nella realtà conosciuta, mentre Antico, nato dall’incontro tra Alfio Antico, Lorenzo Urciullo, Colapesce, e Mario Conte, mette la tradizione orale siciliana in attrito con sintetizzatori, drone e sound design. Domenica, persino una rivista entra nella stessa interrogazione: il nuovo numero de “La Falena”, dedicato al falso, parte dalla crescente difficoltà di separare fatti e opinioni e domanda con quali strumenti continuiamo a guardare il presente.

Non sembra casuale che una parte consistente di tutto questo accada fuori dai luoghi deputati, tra piazze, cortili, palazzi, spazi pubblici e architetture temporaneamente convertite alla performance. Factory Fest è un festival diffuso non soltanto perché distribuisce gli appuntamenti sulla mappa, ma perché tratta il territorio come materia scenica. Da Campello a Spoleto, dalla prima incursione a Perugia fino a Foligno e Spello, la scena smette di coincidere con un edificio e diventa una relazione mobile fra luoghi, artisti e comunità.

Qui il “fuori” acquista allora un secondo significato: uscire da sé significa anche uscire dalla separazione rassicurante tra arte e vita ordinaria. Quando una danza attraversa una piazza, non incontra soltanto chi ha comprato un biglietto, ma incontra passanti, rumori, deviazioni, curiosità accidentali. Persino, il pubblico stesso diventa meno facilmente classificabile. Questo è un passaggio cruciale, soprattutto se si considera quanto l’accesso alla cultura sia ancora condizionato non soltanto dalle risorse economiche, ma da soglie simboliche: la sensazione che certi linguaggi non siano “per noi”, che occorra possedere un codice prima ancora di varcare una porta. In questo senso conta anche una scelta molto concreta del festival, il biglietto ridotto a 5 euro per gli studenti: non elimina quelle soglie, ma almeno ne abbassa una.

Rimane, naturalmente, una domanda più scomoda. Perché dovremmo desiderare di uscire da noi stessi? In una società che ha fatto dell’identità una delle principali grammatiche attraverso cui raccontarsi, esporsi all’alterità non è necessariamente confortevole. Emmanuel Levinas ha costruito una parte decisiva del proprio pensiero proprio sull’irriducibilità dell’Altro: l’incontro autentico comincia quando ciò che abbiamo davanti smette di essere qualcosa che possiamo ricondurre interamente alle nostre categorie. L’arte, nei suoi momenti migliori, fa qualcosa di simile. Non ci consegna necessariamente ciò che desideriamo, anzi talvolta ci oppone resistenza.

E questa è una qualità che il consumo culturale contemporaneo rischia di rendere meno familiare. Non perché lo streaming, il digitale o gli algoritmi abbiano cancellato l’esperienza collettiva, ma perché hanno reso straordinariamente efficiente la possibilità di selezionare ciò che ci somiglia. Il teatro, la danza, una performance sonora conservano invece una quota di esposizione: una volta entrati, siamo dentro il tempo di qualcun altro. Non possiamo accelerarlo. Non possiamo chiedergli di conoscerci meglio. Dobbiamo negoziare con la sua durata.

Forse è qui che “Fuori di sé" smette definitivamente di essere il titolo di un festival e diventa una piccola ipotesi sul presente. Di fronte a una realtà che sembra essa stessa fuori misura, Factory Fest non propone di ritrovare ordinatamente il proprio centro: propone, semmai, di rischiare per qualche ora di perderlo. Di lasciare che un corpo, una voce, un animale, un suono, una piazza, una storia o perfino qualcosa che non comprendiamo subito alterino leggermente la posizione dalla quale guardavamo. Alla fine resta un gesto elementare: persone diverse che decidono di trovarsi nello stesso luogo e nello stesso momento per assistere a qualcosa che esiste soltanto perché sono lì. Una tecnologia sociale antichissima, eppure ancora insostituibile. Forse anche per questo, ogni tanto, vale la pena essere altrove rispetto a sé.

Chiara Scialdone

A cura del MUG - Magazine Umbria Giovani
direttore responsabile Giovanni Dozzini

Ultimo aggiornamento: 08/10/2026, 10:38

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