La poesia esce dai manuali scolastici e incontra i ragazzi su un’isola

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La poesia come rivoluzione quotidiana: il dialogo intimo tra gli studenti del Pieralli e Silvia Vecchini a Poesiæuropa

Data:

08 Giugno 2026

Tempo di lettura:

Poesiæuropa

Descrizione

Nella mattina del 3 giugno, racchiusi in cerchio, sull’isola Polvese, gli alunni delle classi 3I e 4A del Liceo Pieralli di Perugia hanno dialogato con la poeta Silvia Vecchini, all’interno del Festival Poesiæuropa, organizzato da Spazio Humanities APS. Incuriositi e affascinati sul mestiere del poeta e dai suoi versi, i ragazzi e le ragazze hanno esplorato insieme a Vecchini i segreti della scrittura, chiedendosi come ci si accorga, da grandi, di essere una poeta, come quelle che si leggono nei manuali di scuola.

Scoprono così che Silvia ha iniziato a scrivere alle medie e non ha più smesso, per terrore, per paura che un giorno si svegliasse e non avesse più accesso alla scrittura emozionale, come accade a molti adulti che in adolescenza scrivevano e poi, all’improvviso, non lo hanno più fatto. Nel tenere saldo il timone sulle parole, un ruolo essenziale lo ha avuto il suo professore di italiano del liceo, che in classe lesse da subito i poeti del Novecento e, a lei, consigliò libri fondamentali. La scrittura poetica da allora non l’ha più abbandonata, e ancora oggi, quando deve iniziare un nuovo progetto, il primo nucleo è sempre in versi.

Il dialogo si fa più intimo quando le studentesse iniziano a riportare le loro riflessioni sull’ultima raccolta di Vecchini, Se tutte insieme (Bompiani, 2026). Un’opera che invita le donne, e tutti, a rallentare, ascoltare e raccogliersi. Così, insieme, sollecitati dalle poesie, i ragazzi riflettono sulla difficoltà di essere ragazze e donne oggi, e su come sia richiesto alle donne, fin da bambine, di fare da “cuscinetto”. Come quando all’asilo si dispongono i bambini alternandoli: un maschio e una femmina, un maschio e una femmina. “Perché secondo voi?”, chiede Vecchini. “Perché noi ragazze dobbiamo attutire i comportamenti dei ragazzi”, rispondono.

Da queste riflessioni il discorso si sposta sui temi delle molestie, della violenza e della maternità. Le ragazze le chiedono perché abbia usato la parola ritardo in una sua opera, e Vecchini spiega di aver capito “in ritardo rispetto al danno”, perché purtroppo tendiamo a dare per scontate la percentuale di molestie che ci accadono quotidianamente, già dall’infanzia. Poi le chiedono di soffermarsi sull'immagine di sua madre che si toglie la violenza come una zecca: Vecchini sottolinea come sia una scelta conscia rompere la catena della violenza e come sua madre lo abbia fatto, anche per salvare lei. Tutti i giorni si può scegliere di fare una rivoluzione, spezzando una catena a cui magari siamo stati abituati già da bambini e non replicarla più; si può scegliere con la cura di tutti i giorni, perché è questo che significa essere madri, una “gioia spaventosa”, una responsabilità quotidiana nell’accompagnare i figli.

Il legame tra la scrittura e l’essere madre è strettissimo per Vecchini. Racconta ai ragazzi che il suo tempo dedicato alla scrittura è la mattina, da quando i suoi figli erano piccoli e il tempo che aveva a disposizione era quando andavano a scuola. Ancora oggi scrive sul tavolo della cucina, che apparecchia con i taccuini e poi, quando è ora di pranzare tutti insieme, sparecchia per fare spazio ai piatti. Questo legame tra scrittura e maternità non è soltanto nella ritualità dello scrivere, ma anche nel suo atto, nel comporre le poesie, perché deve obbedire a un metro, come sua madre, ricamatrice, che nel creare i suoi ricami deve tenere il conto delle trame.

In questo intreccio profondo tra poesia e femminile, Vecchini chiede infine ai ragazzi e alle ragazze di visualizzare una donna della loro vita e immaginarla che porta un oggetto. Basta un piccolo input e la porta della sala sul Lago Trasimeno si riempie di post-it trasparenti, densi di parole per sorelle, madri, nonne molto amate.


Sibilla Ponzi

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Ultimo aggiornamento: 08/06/2026, 12:10

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