Descrizione
Alla Sala dei Notari, nel tardo pomeriggio di domenica 11 ottobre, si trovano gli spettatori di un evento che vede quest’anno la sua quinta edizione, la Festa della canzone perugina. A organizzarla, la Società del Bartoccio in collaborazione con la Famiglia Perugina e con il patrocinio del Comune di Perugia e il sostegno di Fondazione Perugia. Per i meno esperti, le prime due sono associazioni senza scopo di lucro che sono animate dallo stesso spirito e scopo: promuovere la storia, la tradizione e la cultura perugina e umbra in genere.
Lo dice bene il presidente della Famiglia Perugina, Giovanni Brozzetti, nel suo intervento durante i saluti iniziali accompagnato dal presidente della Società del Bartoccio, Renzo Zuccherini e dall’assessore comunale all’Associazionismo Fabrizio Croce. Il primo rivendica la vitalità di Perugia e quindi la presenza di associazioni che “possono portare beneficio”. Sottolinea l’importanza del sentimento comunitario che ne è alla base e lo scopo stesso e il compito di “riaccendere la memoria e trasformarla in futuro perché una tradizione è viva se riesce a parlare anche alle nuove generazioni”. In queste parole si può cogliere tutto il senso dell’evento.
Nel mondo policentrico e globalizzato di oggi, nonostante la vittoria di un modello culturale ed economico preciso, la dolorosa mcdonaldizzazione del mondo, si muovono ininterrotti panorami culturali che fluiscono avanti e indietro, provenienti da destra o da sinistra. Si parla così anche, per fortuna, di glocalizzazione. Ne è un esempio questo piccolo evento, che ha al suo interno tutta la forza del passato, della tradizione e della lingua di una regione che, si è detto anche durante la serata, può essere giovane e piccola eppure non priva di vita.
I più vivi sono loro, le generazioni non più così tanto nuove che con grande impegno rivendicano un passato che sappia parlare ancora e lo ha fatto qui anche con la propria lingua, il perugino. Davanti a una lingua nazionale per tanti secoli disperatamente voluta e cercata ma mai davvero trovata e che ora, si diceva già sessant’anni fa, esiste in una forma più misera e tecnologica, è fondamentale mantenere viva quella lingua spontanea e autentica, attaccata alle persone, con cui si esprimono e esprimono il mondo. Essa è quindi parte di un luogo al quale deve essere data forma. Così discutono insieme i giudici della serata chiamati uno a uno sul palco da Graziano Vinti. La domanda che lui stesso pone e che è la stessa scommessa dell’evento riguarda la capacità di creare arte - che dà forma - e soprattutto di comunicarla, cosa che forse ancora manca all’Umbria, piccolo cuore che si è detto essere pulsante, ma alle volte è creduto dagli stessi suoi abitanti come morto.
Invece i nomi che frullano nell’aria sono tanti, tutti nati, cresciuti o vissuti in un Paese che non rifiuta la Storia ma è esso stesso Storia e storia, quella con la minuscola, quella degli uomini di tutti i giorni, che allora è altrettanto globale e globalizzante come la prima Storia, creduta, del resto, anch’essa morta alla fine del secolo scorso.
Tra i quali, oltre i nomi degli stessi giudici - Marco Baccarelli, Barbara Bucci, Stella Carnevali, Maurizio Chiaraluce, Antonella Giacon, Lorenzo Materazzini e Giannermete Romani - quelli dei nove partecipanti di questa edizione. Alcuni tra i più noti dal pubblico come Andrea Proietti Bertolini detto Bindlino, Antonella Falteri, i Paltò, Fernanda Cipriani accompagnata da Carlotta Calderazzo, Roberto Cecchetti con Stefano Giugliarelli. Ma vi sono stati anche nomi di esterni come Giuseppe Lavermicocca, detto Jeb. Tra i più nuovi, anche per il pubblico esperto, i Perusna e l’esordiente Samuele Brutti, detto Sam Feios. Quest’ultimo, il più giovane insieme al vincitore della scorsa edizione: Tito Zoe Chiacchiera.
Nei brani quindi, molti dei quali accompagnati o intervallati dall’Orchestra Residente, c’era Perugia, i suoi abitanti o la sua lingua.
Si è parlato dei giudici a cui è spettato il compito di designare i vincitori di questo piccolo Sanremo, per fortuna non mangiato del tutto dalla televisione e che ha tentato di andare oltre la stessa gara. Nessuna corsa alle migliori corde vocali. Infatti, ciò che si è realizzato, che era lo scopo degli stessi organizzatori, come si è detto, è stato creare una piccola area protetta ma al contempo aperta a tutti, in cui musica pop, folk e brasiliana, canzone d’autore, cabaret e poesia si mescolano in una comunione di singoli e generazioni. Interessanti, come si diceva, i più giovani, come la band Perusna che con il brano Tramontana rievoca un passato eroico perduto, attraverso un vento ormai quasi assente a Perugia e tornato come una memoria proustiana con citazioni apprezzate di Ariosto e di Montale, emblemi del glorioso passato e della sua morte.
Tra i vincitori, al secondo posto per entrambe le categorie, miglior testo e miglior brano musicale, Roberto Cecchetti e Stefano Giugliarelli, che con Maestro ritorna ricorda Mario Mirabassi, maestro del teatro di Figura, così da renderlo tra i nostri morti - perché è questo che spetta loro - monito alla vita e quindi alla vitalità culturale perugina. Il primo posto è stato invece conquistato ex aequo dalle altre due figure più giovani, Tito Zoe Chiacchiera e Samuele Brutti. Il primo ha presentato Il profumo delle utopie, brano ispirato al libro di Giuseppe Mattioli, che tratta di un operaio della Perugina alle prese con le speranze rivoluzionarie sin da prima della Seconda guerra mondiale e poi rafforzate dalla Resistenza, fino alle sue più dure disillusioni, catapultate nel mondo contemporaneo, completamente privo di quei valori. Torna così, anche in questo brano, come in quello dei Perusna, il confronto dialettico tra un passato grande - che sia quello cavalleresco di Ariosto o quello partigiano - e un presente in cui tutto è crollato, immerso nel sonno delle sterminate domeniche. Lunghi versi prosastici, nei quali riecheggia, forse, l’influenza di De André e chissà se non anche qualche rimando al poeta che incarna per primo la nostra - di noi giovani vissuti all’ombra della Storia - tragica impossibilità di partecipazione a quel mondo fatto di grandi utopie, quale è stato Vittorio Sereni: “Poi sulle nuove generazioni è scesa una nebbia di distrazioni/ tra droghe e dispositivi hanno smesso di sentirsi vivi/ ma questo è un mondo che non m’appartiene/ ”.
L’altro vincitore, Samuele Brutti, è stato colui che, seguendo la stessa dialettica, ha messo insieme la musica brasiliana e la poesia del poeta ottocentesco Ruggero Torelli, fondendo la vitalità delle note con la tematica mortifera del sonetto ravvivata tragicamente dal dialetto perugino. Con una piccola aggiunta nel brano, come afferma lui stesso, di due nuovi portatori di morte come “il gioielliere” e “la polizia”, a dimostrazione, ancora una volta, della capacità del passato di farsi presente.
Con la consegna del premio ai vincitori si conclude la serata. Si tratta dei dischi illustrati - come la locandina dell’evento - dal fumettista Claudio Ferracci, che intervenendo ha ricordato la Biblioteca delle Nuvole come altro luogo dove il passato e il presente si legano per arricchirsi a vicenda. Sono i più giovani, quindi, che hanno incarnato perfettamente questo scopo che tutti i giorni gli organizzatori, non più tanto giovani, con fatica tentano di raggiungere.
Jasmine Galietta





