Innovare in Umbria

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Una proposta liberale per il futuro

Data:

18 Dicembre 2025

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Innovare in Umbria

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Parlare di startup in Umbria suona sempre strano, quasi che siano qualcosa di esotico, interessante argomento di conversazione per qualcuno, ma che di sicuro non ci riguarda da vicino. Eppure è il momento di rompere questa narrazione perché, stando ai dati raccolti dalla Camera di Commercio dell’Umbria, negli ultimi 4 anni il numero delle startup  presenti in Umbria è cresciuto da 21 ad 89 segnando un incremento del 323%. I campi di maggiore interesse per i giovani startupper umbri risultano essere l’Healthtech, la Meccatronica, il turismo esperienziale, l’Agrifoodtech e le fonti di energie green evidenziando un’importante sovrapposizione fra le missioni del PNRR e la creazione di nuove startup. Nello stesso periodo infatti la Regione ha potuto erogare fondi  pari a 112 milioni di euro in questi ambiti. L’ampliamento dei fondi pubblici ha permesso sia la ricerca, con un rafforzamento delle borse di dottorato, sia la sua implementazione attraverso, ad esempio, la creazione di 3 spin-off universitari in ambito biomedicale. La dipendenza dai fondi pubblici, gli ostacoli burocratici e il poco interesse da parte degli investitori privati sono tutte criticità di un ecosistema neonato ma molto attivo. Per quanto suoni strano è il caso quindi di abituarsi a pensare che possano esistere startup a Perugia come a Terni ma anche a Bastia Umbra o Foligno. 

Data questa nuova realtà diventa interessante raccontare l’incontro di venerdì 5 dicembre organizzato a Perugia, presso la Sala della Vaccara, dal partito Ora! sul tema dello sviluppo e della produttività in Umbria, con un’attenzione particolare al ruolo delle startup. All’iniziativa hanno preso parte tutti i partiti di area centrista. Il confronto ha visto dialogare l’assessore allo Sviluppo Economico del Comune di Perugia Andrea Stafisso (Azione) e il coordinatore nazionale dell’area innovazione di Ora! Andrea Savi, ed è stato moderato dal coordinatore regionale di Ora! Giorgio Pablo Vallasciani.

Il primo nodo affrontato è stato quello del ruolo che un Comune può giocare nello sviluppo delle startup. Secondo Stafisso, il contributo principale dell’ente locale non risiede nella capacità di investimento diretto, possibilità preclusa ai Comuni, ma nella qualità del governo del territorio. Semplificazione amministrativa, efficienza nell’erogazione dei servizi e stabilità del quadro normativo sono, per l’assessore, gli strumenti più efficaci a disposizione. Il Comune svolge dunque un ruolo collaterale ma cruciale: stimolare la vitalità e la creatività del tessuto sociale cittadino e favorirne la traduzione in ambito economico e accademico attraverso il dialogo tra gli stakeholder.

Una visione che si confronta con l’approccio più realistico di Andrea Savi, secondo cui un vero ecosistema startup può nascere solo laddove esistano un’elevata concentrazione di talenti e capitali. In Italia, queste condizioni si riscontrano in pochissime aree, con Milano in testa, che tendono a esercitare una forte attrazione sui talenti provenienti dal resto del Paese. Tentare di costruire ecosistemi diffusi ovunque, secondo Savi, rischia di tradursi in una dispersione di risorse e, in ultima analisi, in irrilevanza tecnologica, soprattutto considerando il ritardo complessivo dell’Italia rispetto agli altri Paesi europei.

Il tema della percezione delle startup nel contesto umbro ha ulteriormente messo in luce le differenze di impostazione. Stafisso ha osservato come il tessuto imprenditoriale regionale guardi ancora con sospetto alle startup, spesso considerate esperimenti giovanili destinati al fallimento piuttosto che reali opportunità di investimento. Per superare questa diffidenza, l’assessore ha suggerito di abbandonare l’etichetta di “startup” in favore di quella di “PMI innovativa”, ritenuta più credibile agli occhi degli investitori e più idonea a favorire il coinvolgimento del capitale privato.

Una posizione che Savi ha apertamente contestato, sottolineando come startup e PMI innovative siano realtà profondamente diverse. A suo avviso, il problema è anche normativo: consentire alle PMI innovative di figurare nei registri delle startup a fini fiscali contribuisce ad annacquare i dati e a sperperare risorse pubbliche, indebolendo l’intero sistema.

Sul piano della produttività, Stafisso ha proposto un’analisi comparata delle regioni del Centro Italia, evidenziando il ritardo dell’Umbria rispetto a Toscana e Lazio. Tuttavia, isolando l’effetto delle aree metropolitane di Roma e Firenze, il divario si riduce sensibilmente, a conferma del ruolo centrale delle grandi città come motori di innovazione. In questo quadro, Perugia, per dimensione, presenza di due università, di un ITS e per la vitalità del suo tessuto sociale, avrebbe le caratteristiche per candidarsi a traino dell’innovazione regionale. Condizione necessaria, secondo l’assessore, è la capacità della politica di indirizzare le risorse verso gli ambiti in cui il territorio presenta reali vantaggi competitivi, operando scelte e rinunciando all’illusione di poter investire in tutti i settori.

Anche il tema della ZES ha suscitato un confronto interessante. Stafisso, pur esprimendo soddisfazione per l’introduzione della misura, non ha nascosto alcune perplessità, affermando ironicamente che l’obiettivo finale della ZES dovrebbe essere l’uscita dalla ZES stessa: riagganciare le regioni più sviluppate senza dover ricorrere stabilmente agli aiuti. Tra gli strumenti previsti, l’assessore ha indicato nella certificazione unica l’elemento potenzialmente più incisivo, forse più degli incentivi economici, arrivando a chiedersi perché non estenderla a tutto il territorio nazionale.

Di segno più critico la posizione di Savi, secondo cui la ZES non è uno strumento in grado di generare né innovazione né crescita della produttività. Ciò che serve, a suo giudizio, sono riforme strutturali: dall’istruzione superiore al sistema universitario e agli ITS, fino al regime fiscale del venture capital, sia sul fronte delle exit sia delle plusvalenze. A questo si aggiunge la necessità di una riforma del mercato unico europeo attraverso l’introduzione di un “28esimo regime”, che permetta alle startup di operare su scala continentale interfacciandosi con un unico sistema amministrativo, superando la frammentazione di 27 burocrazie diverse.

Infine, sul fronte universitario, Savi ha sottolineato l’urgenza di potenziare strutturalmente i dottorati, introdurre dottorati industriali in partenariato pubblico-privato e incentivare i professori all’imprenditorialità favorendo la creazione di spin-off universitari, che dovrebbero essere standardizzati nei meccanismi di ripartizione di equity, royalties, milestone e term sheet, così da ridurre i tempi negoziali e aumentare la trasparenza, rendendo più efficace il trasferimento di conoscenza verso il mercato.

Indipendentemente dalle opinioni politiche di ciascuno, in un periodo in cui la partecipazione sembra sempre più un ferrovecchio, una sala piena di giovani intenti a riflettere di futuro è di per sé un segnale positivo. Che poi vi sia necessità di riforme è lapalissiano. Sperando che un domani non vi sia per forza bisogno di spostarsi per fare impresa e crescere.

Lorenzo Malagigi

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Ultimo aggiornamento: 18/12/2025, 13:01

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