Descrizione
Il pellicano è un volatile estremamente singolare, soprattutto per il modo in cui nutre i suoi piccoli. I pesci o altri esigui animali acquatici catturati dall'adulto vengono ingeriti all'interno del sacco golare, dal quale poi i pulcini possono inserire il loro minuto becco e sfamarsi. Così facendo, il cibo risulta già sminuzzato e ammorbidito e più facile da deglutire. Un sistema di nutrizione che incarna attenzione, protezione e smisurato amore. L'amore donato da questo uccello è lo stesso che l'omonima associazione offre ai pazienti che soffrono di DNA (disturbi della nutrizione e dell'alimentazione).
Il Pellicano è, infatti, un centro che si occupa dello studio, della diagnosi e della cura dei disturbi alimentari. Si trova a Perugia, in via Marconi, poco dopo i Tre Archi. Nato grazie alla volontà e alla tenacia di pazienti ed ex pazienti, dal 1997 ad oggi si è preso cura di oltre duemila persone, offrendo loro un luogo dove lavorare sul proprio benessere psicofisico. Prevenzione, consulenza, accoglienza, terapia e riabilitazione sono alcuni dei servizi che questa realtà mette a disposizione, in virtù della convenzione con l'Azienda Sanitaria n.1 di Perugia, l'Università degli Studi di Perugia e altre istituzioni.
Francesca Fortunati – psicologa clinica e della salute che da due anni collabora con il Pellicano – mi ha aiutato a capire, ancor di più, il ruolo cruciale che l'associazione riveste. “Il nostro obiettivo”, dice, “è creare uno spazio dove si possa non solo curare il disturbo, ma anche ospitare le persone e le loro famiglie, attivando un'accoglienza a tutto tondo. Ciò è possibile soltanto seguendo un approccio multidimensionale che noi chiamiamo 'metodo pellicano'”.
La struttura, data la sua natura semiresidenziale, permette di consumare al suo interno tutti i pasti della giornata e di svolgere attività laboratoriali che includono l'arte, la pittura e il teatro. Ma alla base, c'è un gruppo di supporto per i pazienti e per le famiglie. “Affinché l'intero processo di cura funzioni”, evidenzia Fortunati, “è indispensabile coinvolgere le famiglie. Il contesto, per chi soffre di questi disturbi, entra in gioco in maniera preponderante e le persone che fanno parte della vita quotidiana del paziente devono rappresentare un saldo contraltare. La malattia diventa spesso funzionale allo stile di vita dell'individuo, e non si avverte subitaneamente la necessità di guarire. Il desiderio di guarire è fragile perché gli stessi pazienti sono fragili”.
Le chiedo se, secondo la sua esperienza, è possibile, dopo la cura, tornare ad avere un rapporto sereno con il cibo e con il proprio corpo. Mi risponde che “i problemi alimentari sono pervasivi, e il rischio di recidiva può essere molto significativo. Sicuramente intraprendere un percorso è salvifico, e si può tornare ad avere una relazione sana con il cibo e con il corpo. Tuttavia, è fondamentale iniziare il prima possibile la cura, perché poi non è sempre facile liberarsene. Perciò bisogna attuare una grande sensibilizzazione sui segnali che la malattia inizia a manifestare nella persona”.
Il metodo multidimensionale e multidisciplinare è la cifra distintiva del Pellicano. “Questo approccio”, insiste Fortunati, “esprime il vero modo di intervenire su un soggetto che presenta tali disturbi. Lo conferma tutta la letteratura scientifica che si può trovare sull'argomento. Perciò la nostra equipe è composta da psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, nutrizionisti, filosofi, dietisti, medici e educatori. Tutti lavoriamo sinergicamente nella stessa direzione, con l’obiettivo di restituire centralità alla persona che abbiamo di fronte”.
Mi interessa capire quanto pesa il rapporto con il corpo e con i modelli estetici che ci sottopone continuamente la nostra società. Fortunati ritiene che “il bombardamento sui modelli di bellezza è di sicuro un fattore, anche se il disordine presenta radici molto più solide. Se non si ha una debolezza individuale, il modello mediatico è fastidioso ma non causa la malattia. Se invece si ha un rapporto complesso con il corpo, è lì che il modello mediatico si insinua e fa sprofondare nel baratro. Tutto il mercato che ruota soprattutto intorno al corpo femminile può causare danni a chi è fragile”.
Una parola – fragile – che ritorna spesso. La citiamo diverse volte e rimane scolpita, immobile, quasi a scrutarci. La psicologa mi rivela che l'età in cui iniziano a comparire i primi sintomi è sempre più bassa. Secondo lei, è essenziale una peer education nella quale siano i coetanei a parlare e informare. La voce dei pari, quando si fa riferimento alla fascia giovanile, è quasi sempre la più importante. Motivazioni che, assieme all'ormai noto e professato obiettivo del nostro giornale, mi hanno spinto ad arricchire l'articolo con la testimonianza di una ragazza che ha sofferto di disturbi alimentari, iniziando il percorso di cura proprio presso Il Pellicano. È imprescindibile sottolineare che lei, di sua assoluta e spontanea volontà, ha deciso di riportare la sua esperienza che restituisco, con alcune domande necessarie soltanto per ordinare e indirizzare il discorso, di seguito.
Chi sei al di là del tuo percorso al Pellicano?
“Ecco, è stato il percorso in sé che mi ha permesso di tornare a essere una persona. La malattia aveva occupato la mia mente e la mia vita; per molto tempo ho pensato che la mia esistenza non avesse significato senza di lei, che sarebbe stato impossibile accettare di essere altro oltre che la ragazza con un disturbo alimentare. Poi con aiuto e pazienza ho iniziato a liberare spazio nella mente e dedicare le energie a ciò che mi piace. Oggi mi reputo una persona più saggia, più aperta: mi piace disegnare, fare sport, ascoltare musica, leggere, scrivere. Mi sento un po' un'ape del miele, instancabile, come se dovessi recuperare tutto il tempo perso”.
Quando hai iniziato a renderti conto che il tuo rapporto con il cibo stava diventando problematico?
“È difficile trovare un periodo esatto. In un DNA il cibo non è mai il vero problema ma uno strumento di comunicazione di un disagio, una valvola di sfogo. La mia storia personale e la spinta di una società patriarcale mi hanno sempre portato a pensare che meno spazio occupassi, meno attenzioni chiedessi, più fossi buona e silenziosa allora tanto più sarei stata amata e accettata. Dovevo essere meno. E poi, a undici anni, allenatrici e pediatra commentavano il mio corpo, come se non fossi stata solamente una bambina. A quattordici anni, da normopeso, il primo appuntamento con la nutrizionista e la prima dieta. Poi il Covid e la sedentarietà hanno portato, a sedici anni, a una seconda dieta, chetogenica, più forte della prima. Mi sentivo dire da tutti: 'Wow, stai benissimo. La dieta ha proprio funzionato'. Un pasto al giorno, niente dolci, niente socialità, tanta solitudine, sapori pessimi, mal di pancia, contare le calorie per non uscire da quelle poche consigliatemi. Tutto questo aveva funzionato, mi aveva portato ad essere più bella, più amata, più semplice da gestire. A quel punto il mio rapporto con il cibo era già pessimo, ma dagli altri veniva celebrato, apprezzato. In poco più di anno ho ripreso tutti i chili persi, la mia vita familiare era un caos, la mia vita emotiva una voragine. Così mi sono aggrappata al meccanismo di difesa che meglio conoscevo per sentirmi bene, in controllo della mia vita, amata, degna di esistere. Ricordo bene come una sera di agosto nel mio letto mi sono detta: 'Da domani smetti di mangiare'. In pochi mesi ho smesso di esistere. Ed ero in paradiso, un contorto malato paradiso, per il quale il dolore mi elevava, la magrezza mi dava speranza, il controllo stabilità. Non avrei mai chiesto aiuto a nessuno, mai nella testa è passato il pensiero di voler guarire. È stata mia mamma a distruggere per prima il mio paradiso e dirmi: 'Basta, non può andare avanti così'”.
Ricordi l'inizio del percorso di cura?
“I ricordi di quel periodo sono molto confusi, ero avvolta in una specie di nebbia fitta, fitta dentro alla testa per proteggermi, per sentire meno dolore, per poter fuggire. Ricordo di aver mentito, a lungo. L'inizio del percorso è stato difficile, ero terrorizzata dall'idea di mangiare pasti completi, dall'idea di essere vulnerabile. Ci vuole tempo. Il trucco è chiudere gli occhi e lasciarsi guidare almeno per un po', almeno finché il rumore della tempesta inizia a farsi meno rumoroso”.
Qual è stata la difficoltà più grande che hai riscontrato in questi anni?
“Una delle prime difficoltà è stata accettare di vedere il mio corpo cambiare, riprendere forma e peso, mentre la mia mente era ancora ferita e malata. Una volta che il tuo corpo rientra in una situazione di normalità o di benessere, il lavoro diventa ancora più difficile. Come non si può estirpare un'erbaccia se non agendo dalle radici, così anche in un disturbo alimentare. Una volta acquisiti i mezzi necessari per nutrirti e mantenerti in salute, il lavoro difficile e pesante diventa quello in terapia, quello emotivo e spirituale. Quello che porta a interrogarsi sul vero perché dei problemi con il cibo e il corpo. Un DNA è una malattia invisibile, ma che allo stesso tempo si nutre di attenzioni. Come gestire le due cose? Come posso comunicare agli altri il mio malessere quando ciò che vedono è una ragazza di nuovo sana, con del grasso a colmare i vuoti tra le ossa?”.
Che cosa diresti a una persona che si riconosce nella tua esperienza ma non ha ancora trovato il coraggio di chiedere aiuto?
“Vorrei iniziare dicendo che non esiste una soglia o una cifra per la quale si è più o meno malati. Molte volte ho pensato che le mie difficoltà non fossero serie o non fossero degne di attenzione perché non stavo abbastanza male. Non lasciare che questo pensiero ti impedisca di farti aiutare: tutti meritano serenità e pace, qualsiasi sia il tuo corpo, il tuo sesso o la tua età. So che è spaventosa l'idea di guarire, so cosa dicono quelle voci dentro la testa, quei bisbigli di odio continui; ma dentro di te c'è molto più che la malattia, ci sono mondi da scoprire, pensieri da esplorare, vite da vivere. Immagina quanto potresti imparare ad amarti se solo iniziassi a lasciare andare. Un piccolo passo alla volta, una piccola vittoria dopo l'altra, mai solo ma mai immobile”.
Gioele Tartocchi





