Il tempo è ora

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Un orologio rosso per ricordarci che il tempo per la pace è adesso: l’artista perugino Francesco Capponi trasforma un simbolo urbano in un manifesto contro la guerra.

Data:

14 Ottobre 2025

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Descrizione

Se pensiamo al colore rosso è probabile che ad esso assoceremmo sentimenti forti: amore, passione, rabbia, violenza. Il rosso in fin dei conti è un colore profondo, potente, è il colore del sangue, sangue che oggi vediamo ovunque, dalle televisioni ai social. La questione palestinese ormai è sotto gli occhi di tutti, e nonostante il genocidio sembri essere insormontabile e lontano, tanti cercano di contribuire nel proprio piccolo: gesti come il boicottaggio, l’adesione agli scioperi e alle manifestazioni, sono tutti piccoli tasselli necessari per creare un grande sentimento collettivo volto alla pace.

È arrivato il momento di far fronte comune davanti alle atrocità e agli orrori che la guerra ci propone. C’è chi ha deciso di smuovere quei cuori proprio con il colore rosso, usandolo come manifesto e simbolo di pace. Perché il rosso non è solo il colore della violenza e della rabbia, ma è il colore dell’amore, della forza e della resistenza.

L’artista perugino Francesco Capponi conosce bene il significato e l’impatto del colore rosso e simultaneamente alla partenza delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla ha deciso di rinnovare una sua opera a Perugia, riqualificando il grande orologio situato in via XIV settembre e dedicato al filosofo Aldo Capitini, uno degli intellettuali più illustri della storia recente della città.

Il bianco orologio senza lancette ora risalta sopra un intenso sfondo rosso, con una piccola barchetta vicino. Il messaggio è chiaro: il tempo per la pace è ora e ognuno di noi, anche nel suo piccolo, può essere fautore di un qualcosa di più grande. 

Ci parla dell’opera l’artista. 

 

Perché hai deciso di riprendere in mano quell’orologio?

“Nella sua prima versione quell’orologio era un manifesto, una foto stampata a grandezza reale dell’orologio di Palazzo dei Priori di Perugia visto dall’interno. Lo incollai nel 2018 per una manifestazione di arte diffusa che si chiamava Cazzotto e che voleva indagare, tra le altre cose, il rapporto tra la città e i suoi artisti. Avevo scelto un punto trascurato della città, attaccando il mio lavoro su una grossa tamponatura di legno con la quale avevo chiuso un tunnel che portava a degli ascensori caduti in disuso. Il fatto di essere in un non-luogo credo sia stata la sua fortuna perché, una volta finita la mostra, nessuno si è lamentato del fatto che io l’avessi lasciato là. Mi piace pensare che col tempo sia diventato parte della città, quando alcune parti dell’orologio col tempo si sono strappate, la gente ha cominciato a chiedermi di ripararlo. 

Dopo sette anni, ho sentito il bisogno di ritornare su quell’orologio. Come molte altre persone mi sono sentito impotente di fronte al genocidio del popolo palestinese. Ero uno spettatore passivo di quell’atrocità che ogni giorno vediamo in diretta sullo schermo di un telefono, mentre, con sempre maggiore disgusto, assistevo all’ignavia e alla complicità dei governi che, tramite i media, occultavano e giustificavano lo sterminio armato di centinaia di migliaia di civili e di bambini. Pensavo che avremmo dovuto tutti far sentire la nostra voce e che gli artisti dovevano esporsi in prima persona, con la propria arte, perché non si può più stare solo a guardare, perché il silenzio è diventato complicità. Ho capito che la mia opera poteva nuovamente comunicare: tornare oggi a sottolineare con il rosso quei concetti e restituire attualità a quell’idea era il mio modo per non restare in silenzio e parlare ai più con il linguaggio che conosco meglio. 

La partenza della Global Sumud Flotilla mi ha permesso di capire che possiamo essere di nuovo attori in questa società e spingerla al cambiamento, usando il nostro privilegio per dare voce e spazio a chi non ce l’ha. Così, mentre le navi prendevano il mare, io, nel mio piccolo, ho preso la vernice rossa e un po’ di amici - che come me sentivano il bisogno di urlare il loro dissenso - e sono andato a dipingere quel grido su una parete della mia città”.

Perché un orologio per Aldo Capitini?

“Aldo Capitini è stato un filosofo perugino della non-violenza, politico, antifascista. Lui, in quanto figlio del campanaro di Palazzo dei Priori, era cresciuto dietro quell’orologio con l’intera famiglia e abitava in quella stanza che poi è diventata parte della pinacoteca comunale. Mi piace pensare che l’essere cresciuto guardando il tempo dall’interno, dal lato degli ingranaggi, gli abbia permesso di guardare il mondo in un altro modo rispetto ai suoi contemporanei, ragionando sui meccanismi per trovare soluzioni nuove, basate sul rispetto degli altri, sul potere di tutti, su un approccio spirituale e religioso privo di dogmi e sulla compartecipazione. 

Proporre quell’orologio rovesciato ad altezza strada, ad una fermata dell’autobus, su una rotonda perennemente trafficata accanto alla galleria Kennedy, era per me un modo per provare a portare cittadini e passanti ad abitare la sua casa e i suoi pensieri, stimolare tutti noi che attraversiamo distratti la città a fermarci un momento per provare a sentire il mondo e gli altri come li sentiva lui”. 

Quanto tempo hai impiegato per il restauro?

“Volevo restaurarlo prima della partenza delle imbarcazioni. A causa del meteo ho cominciato il restauro il 31 agosto quando le prime imbarcazioni della Global Sumud Flotilla sono partite da Barcellona e da Genova e l’ho terminato il 4 settembre, prima che le ultime partissero da Catania. 

Farlo in contemporanea alla loro partenza era un modo per sentirci simbolicamente partecipi della missione, anche se lontani dai porti: colorando quella parete provavamo in qualche modo a soffiare vento in quelle vele. Quella della Sumud Flotilla è una delle più grandi azioni nonviolente della storia, sicuramente la più grande della nostra generazione. La non-violenza è forse la filosofia più radicale e potente mai immaginata. La pratica nonviolenta mi emoziona ed è contagiosa, sa trascinare le anime e ridestare le persone: quelle barche ce l’hanno dimostrato. Per questo mi è sembrato importante recuperare l’orologio in quei giorni, era un modo per sottolineare il collegamento tra la teoria capitiniana e la pratica della lotta nonviolenta che stiamo vivendo oggi”.

Sei stato supportato nella riqualificazione dell’opera?

“Parlando con amici, artisti e non, ho capito e sentito che quel bisogno di fare qualcosa, anche solo simbolico, era un sentimento condiviso. Abbiamo fantasticato insieme su mille modi per farci sentire e per indirizzare gli sguardi delle persone al di là del mare, così da provare a difendere almeno con i nostri occhi quelle persone oppresse. Mentre ragionavamo di performance utopiche come marce a piedi fino al mare, luci accese in tutte le spiagge del mediterraneo e barche parcheggiate di traverso sulla E45 ho chiesto ad alcuni di loro, in diversi momenti, se avessero voglia di aiutarmi a riverniciare l’orologio. Così è nata una piccola ciurma improvvisata e con Emanuele, Meri, Jose e la mia compagna Emanuela e ci siamo messi a dipingere tra i clacson delle auto in quell’angolo di città”. 

Ci sono stati ragazze e ragazzi che hanno partecipato?

“Non credo molto all’anagrafe, ognuno in fondo convive anche con il ragazzo e il bambino che è stato. Fare arte probabilmente è un modo per ridargli respiro e farli esprimere. Divagazioni a parte, la più giovane che si è unita al gruppo e che può essere considerata ragazza è stata Agnese che l’ultimo giorno, forse vedendomi nuovamente entrare in ufficio con i pantaloni sporchi di vernice, mossa dagli stessi nostri sentimenti e dal desiderio di fare qualcosa, dalla scrivania dietro la mia mi ha detto decisa ‘oggi vengo a dipingere anch’io’, ed è salita a bordo con noi”. 

Esiste un tempo per la pace?

“Non c’è più tempo per aspettare: Il tempo è ora. Ho cambiato così il titolo del lavoro, perché rispetto alla sua genesi, in questo momento storico ho mutato atteggiamento. La pace va costruita ogni giorno, va realizzata e difesa continuamente. 

Nella sua forma iniziale l’orologio lasciava intravedere in trasparenza le sue lancette. Queste segnavano due minuti a mezzanotte, che allora era anche il titolo dell’opera. La scelta dell’orario non era casuale. Esiste un orologio virtuale chiamato Doomsday Clock, nel quale un gruppo di scienziati segna quanto tempo manca metaforicamente ad una ipotetica fine del mondo che coincide, appunto, con la mezzanotte.

Nella nuova versione ho tolto le lancette del tutto, non voglio più stare ad aspettare l’apocalisse, penso sia tempo di cambiare direzione. Quell’orologio non vuole più essere un monito che ci avverte del pericolo, vorrei che invece fosse un invito a essere artefici del cambiamento e a lavorare per costruire pace. 

Penso che le manifestazioni avvenute negli ultimi giorni nelle piazze di tutto il mondo siano l’espressione più bella e vera di questo processo di cambiamento e sono contento di sapere che anche Perugia nel suo piccolo abbia aderito all’approccio non-violento culminato con la marcia della pace Perugia-Assisi dello scorso 12 ottobre e creata proprio da Capitini nel 1961: un fiume di umanità in cammino per rinnovare il suo messaggio di testimonianza e bisogno di pace e solidarietà tra i popoli”.

Gloria Sannipoli

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Ultimo aggiornamento: 14/10/2025, 15:31

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