Descrizione
Il 15 maggio 2026 resterà nella memoria collettiva di Gubbio come uno dei giorni più intensi, incredibili ed emozionanti della storia recente della Festa dei Ceri. La pioggia, caduta insistente per gran parte del pomeriggio e della sera, non ha fermato la corsa e non ha spento l’ardore dei ceraioli. Anzi, il maltempo ha dato alla Festa un carattere quasi epico, trasformando ogni tratto della corsa in una prova di resistenza fisica e spirituale.
Molti eugubini hanno immediatamente richiamato alla memoria l’edizione del 1989, anch’essa segnata da una pioggia battente e da condizioni climatiche difficili. L’edizione del 2026 ha avuto una sua identità precisa: quella di una comunità che, nonostante il freddo pungente e la pioggia sferzante, ha saputo stringersi attorno al proprio santo patrono con una partecipazione ancora più intensa.
Ogni 15 maggio la città rinnova il proprio legame con Sant’Ubaldo Baldassini, vescovo e patrono degli eugubini, attraverso la corsa dei Ceri. La tradizione vuole che i Ceri siano offerte votive a Sant’Ubaldo, in tributo da parte delle corporazioni più autorevoli e influenti: quella dei muratori e scalpellini, il cui Cero reca la statua di Sant’Ubaldo, quella degli artigiani e merciai, con il Cero dedicato a San Giorgio, e infine quella degli asinari e dei lavoratori della terra, rappresentata dal Cero di Sant’Antonio. Una tradizione antichissima che unisce fede, appartenenza, sacrificio e orgoglio cittadino.
La giornata, quest’anno come sempre, è iniziata con la tradizionale sveglia dei Capodieci e dei Capitani. Un risveglio intenso, piacevolmente fresco per il clima, iniziato persino prima della tabella di marcia prevista per le 5.45. Segno, questo, della volontà di vivere la Festa con rapidità e precisione, rispettando tempi e orari, senza però snaturarne l’anima. Il suono dei tamburi ha attraversato i vicoli mentre la città si metteva lentamente in movimento. La visita al cimitero cittadino ha rappresentato, come ogni anno, uno dei momenti più intensi della mattinata. I ceraioli hanno reso omaggio a chi non c’è più, a coloro che hanno corso prima di loro e che continuano a vivere nella memoria della Festa. Successivamente, alle 7.45, la messa presso la chiesetta dei Muratori, officiata da Don Mirko Orsini, ha riportato al centro il significato più autentico della giornata.
“Oggi”, ha detto il cappellano nella sua omelia, “celebriamo la fatica, il sudore, le spalle che portano una fatica enorme. Tutto questo è il segno di un popolo che cammina insieme, che trasforma una fatica in festa. Arriviamo a questo punto con le fatiche del lavoro e della quotidianità. Ma i Ceri ci insegnano che nessuno porta il Cero da solo. Ci si dà il cambio, si corre uniti”. E ancora: “Il Cero di Sant’Ubaldo ci ricorda la fede, il Cero di San Giorgio il coraggio, il Cero di Sant’Antonio l’umiltà e il servizio. E oggi siamo chiamati a correre con fede, tanto coraggio, umiltà e servizio”.
Dopo l’estrazione dei Capitani per l’anno 2028, è arrivato il momento della processione dei Santi, che ha accompagnato i ceraioli verso Santa Lucia per l’inizio della sfilata che percorre a ritroso il tragitto della Corsa fino a raggiungere Piazza Grande. Sono entrati festanti in piazza i ceraioli gialli, blu e neri. Più rapidi quelli di Sant’Ubaldo e San Giorgio, più attardati quelli di Sant’Antonio. Il cielo, fino a quel momento carico di nuvole, si è aperto per un breve tratto lasciando filtrare persino un raggio di sole. Intanto il Campanone suonava mentre i ceraioli uscivano dal Palazzo dei Consoli con i Ceri prima, i Santi poi, le Brocche infine. I Capodieci hanno guidato le operazioni con precisione e tensione emotiva, mentre i ceraioli, stretti attorno alle barelle, preparavano il momento simbolicamente più potente della mattinata.L’Alzata in Piazza Grande dei Ceri verso il cielo ha poi travolto la città con il consueto boato collettivo. Tutto è apparso improvvisamente velocissimo: colori, suoni, grida, movimenti, emozioni.
Non erano ancora le 11.40 quando i Ceri già percorrevano le vie del centro storico per la tradizionale “mostra”, accolti dagli applausi di una folla sempre più numerosa.
Nel pomeriggio il tempo è peggiorato rapidamente. La pioggia ha iniziato a cadere con maggiore intensità proprio mentre la processione con la statua di Sant’Ubaldo attraversava la città.
Eppure la corsa non si è fermata. I Ceri hanno attraversato le vie cittadine tra ali di folla fradicia ma festante. Gli eugubini hanno continuato ad applaudire e ad incitare i ceraioli, consapevoli di star vivendo qualcosa di straordinario.
Lungo il percorso si percepiva la tensione. Ogni curva diventava delicatissima, ogni cambio richiedeva concentrazione assoluta. La pioggia aumentava il rischio di scivolate e rendeva ancora più pesante il trasporto dei tre Ceri. La salita finale al Monte Ingino è stata forse il momento più impressionante dell’intera giornata. La nebbia avvolgeva l’ultimo tratto della corsa, mentre l’acqua cadeva copiosa sui ceraioli esausti. I Ceri sono arrivati alla Basilica di Sant’Ubaldo immersi in un’atmosfera quasi irreale, tra la foschia e il rumore della pioggia battente. Le immagini dei tre Ceri che affrontano gli stradoni sotto l’acqua, sono destinate a diventare una delle fotografie simbolo della Festa 2026.
Al termine della giornata, durante il Pontificale e nei momenti conclusivi della Festa, il vescovo ha insistito sul valore umano e spirituale della tradizione. Monsignor Paolucci Bedini ha ricordato come Sant’Ubaldo rappresenti per Gubbio un esempio di mitezza, servizio e riconciliazione: “Portiamo questa gioia all’interno delle nostre case”. Un invito a non vivere la Festa come un momento isolato, ma come qualcosa capace di incidere nella vita quotidiana della comunità. “Ci meritiamo un applauso”. Una frase accolta con commozione dai presenti, quasi a riconoscere lo sforzo collettivo affrontato da tutta la città.
Il 15 maggio 2026 è già storia. Una pagina scritta sotto l'acqua, con la fatica dei ceraioli, le voci della folla e il silenzio della nebbia sull’Ingino. Gubbio adesso riposa. Certe storie non finiscono mai: continuano a vivere nei racconti, nei volti, nei figli che un giorno chiederanno com’è andata.
Giuseppe Nicchi





