Brain Drain: dalla formazione alla messa in scena

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Lo spettacolo del Progetto Mandela nel territorio ternano

Data:

05 Febbraio 2026

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Brain Drain Progetto Mandela

Descrizione

A settembre ci eravamo lasciati con l’avvio dei lavori del percorso di formazione-azione teatrale del Progetto Mandela “Brain Drain: quando migrano i residenti”. Percorso che doveva concludersi a dicembre con la restituzione e la messa in scena delle competenze apprese nei quattro moduli, di drammaturgia, scenografia digitale, recitazione e regia. Come ogni rappresentazione teatrale che si rispetti, lo spettacolo finale si è svolto in gran clima di festa l’8 gennaio 2026 alla Casa delle Donne di Terni, segnando anche l’inizio del nuovo anno. 

Come redazione del Magazine Umbria Giovani abbiamo assistito al debutto dei ragazzi e delle ragazze che hanno costruito questa rappresentazione, accompagnandoli nel loro viaggio teatrale. La scena si apre con una stanza vuota, due tavolini, una poltroncina, una tovaglia a quadri e una moka di caffè. Gli attori si aggirano per la stanza camminando con delle valigie, in sottofondo rumori di treni, aerei, voci indistinte. Una valigia si apre e cade una moka da dentro. Iniziano conversazioni intime tra i ragazzi in scena e i familiari al telefono, chi è in partenza per un viaggio, chi è già arrivato, chi si assicura di avere tutti i documenti con sé, chi ha l’ansia di partire. I rumori finiscono e alcuni con aria stanca, altri con aria sognante, guardano la volta stellata, si fermano, respirano. In questo prologo le paure e le contraddizioni delle partenze si mostrano nelle loro fragilità quotidiane, attraverso un simbolo ricorrente, la valigia. 

“Il gruppo che ha lavorato alla scenografia digitale ha scelto di aprire con un cielo stellato, una mongolfiera e suoni che evocano lo spostamento, per dare l’idea di un continuo andirivieni sempre in evoluzione”, ci racconta dopo lo spettacolo Elisa Gabrielli, insegnante di recitazione. 

Lo spettacolo sembra prendere vita attraverso dei quadri, emblema del nostro presente. Nel primo quadro assistiamo a una seduta di psicoterapia, un monologo di una giovane sulla fragilità dell’oggi, le insicurezze lavorative e l’incertezza del suo futuro in Italia. Non tutto è riducibile al soldo, anzi, la scelta di rimanere non appare mai lineare, un conflitto in perenne attesa, e la psicologa, pazientemente, ascolta e accoglie. 

“Vede dottoressa, credo che oggi parlerò io per tutte le persone che non hanno trovato casa. Magari non risponda. Tanto lo so che mi sta ascoltando. Non voglio neanche una risposta, voglio solo capire se si può essere felici anche senza appartenere a niente” e ancora “voglio solo capire se si può imparare a non avere più paura del vuoto”. 

Un viaggio fatto di silenzi, ma anche di conflitti, come vediamo nel secondo quadro: un ragazzo con un sogno nel cassetto: diventare un giornalista! Una lotta tra conquistare, a fatica, il suo posto nel mondo, e lo scontro con la realtà, i titoli di studio che sembrano non bastare mai e il lavoro, sempre precario, non congruente con il percorso scelto, avvilente, immobile. Il sogno di andare, partire e le aspettative della famiglia, restare, per rimanere fermo. “Non c’è vita migliore di quella che possiamo darti noi”. “Dovrei passare il resto della mia vita a casa vostra?”. “E cosa ti aspetti, l’appartamento è il tuo, puoi trovare un posto fisso, mettere su famiglia. Non spenderò altri soldi per i tuoi capricci”.

Il terzo quadro si apre con una mongolfiera di sfondo, una scrivania, e due persone. Una giovane altamente qualificata e una responsabile delle risorse umane. Un colloquio di lavoro che all’apparenza sembra andare in una direzione positiva, poi, d’improvviso, l’imbarazzo. La ragazza, confusa dalla responsabile con la figlia di un noto avvocato, viene scartata perché troppo qualificata, non potendo ammettere la figlia di un elettricista. “Questo e molto altro, che giovani della nostra generazione si sentono dire, ci vuole esperienza, dicono, ci vogliono i titoli, dicono, ma attenzione a non averne troppi, e bisogna prenderli anche tutti in tempo, altrimenti c’è sempre il fantasma di qualcun altro più esperto, più competente e più giovane”. La scena rappresenta una dura critica al sistema di valutazione delle offerte di lavoro sul territorio nazionale, dalla finta meritocrazia alla svalutazione dei percorsi di studio, dove avere passione ed esperienza sembra quasi un handicap. 

La scena si svuota, lentamente, e come piccole lampadine, ad una ad una, si accendono le storie: tutti e tre sono andati via. Lontano dalla propria terra, felici di avere una possibilità, intimoriti dall’idea di dover restare. Si aprono i monologhi finali sul senso di appartenenza. Calano le maschere e il sipario si chiude. Si rientra nella vita reale, dopo una doccia fredda, con la consapevolezza che si può sempre tentare di essere felici, e che scegliere di partire non è mai facile. Il tema del viaggio ritorna come dimensione intima della nostra generazione. 

“Il viaggio, sia quando si sceglie di andare via, sia quando si sceglie di restare, è sempre su un doppio binario: un viaggio introspettivo alla ricerca del proprio io, e un viaggio reale alla scoperta del futuro. I ragazzi hanno lavorato su questo, c’è chi ha scelto di donare le proprie parole nel testo e non recitare, chi ha scelto di creare immagini che riproducessero questa difficoltà di muoversi, e chi ha scelto di recitare, iniziando un piccolo percorso verso il linguaggio teatrale. Quando i ragazzi scelgono di mettersi in gioco, partecipare, è in qualche modo questo che ci ripaga: un forte senso di appartenenza, qualunque strada i giovani decidano di intraprendere, se sentita, è quella giusta. È questo lo spirito del Mandela”. 

Così concludono il nostro viaggio le parole di Elisa Gabrielli, insegnante di recitazione del progetto “Brain Drain: quando migrano i residenti”.

Marta Carlini

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Ultimo aggiornamento: 05/02/2026, 11:39

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