Descrizione
La scommessa? Cos’è la realtà quando tu hai la videocamera. Nel momento in cui una persona recita, se impara dei dialoghi a memoria, se fa un’intervista, se parla di sé, sta recitando? O è la stessa cosa?
Questa la domanda da cui parte Nicola Pignatale, regista perugino indipendente, artista, aspirante antropologo, amico. Da qui inizia la sua indagine sul campo in ogni suo film, dove la forma documentaristica sfocia nella finzione attraverso delle richieste fatte ai soggetti documentati che divengono così attori, ma del resto, dice Nicola, “cos’è la finzione?”.
In questo modo sfrutta al massimo il principale strumento di studio dell’antropologo per portarlo fino ai suoi limiti e decostruirlo.
Possiamo allora, invece, rovesciare la scommessa parlando di un documentario? Il contenitore della realtà e quindi della verità oggettiva e certa così sicuramente dominata e conosciuta: non era così che nasceva la cinepresa, del resto? In questo caso, quindi, fino a dove arriva la realtà, dove essa sfocia in finzione?
In Quando hai prurito, il suo secondo documentario su commissione da parte di Omphalos- associazione di promozione sociale per la comunità LGBTI+, quella realtà che forse Nicola cerca è davvero venuta fuori, al di là del fenomeno e del montaggio, che è anzi quel che resta del poetico, che taglia e fa a pezzi e insieme dona vita, come lui stesso sembra un po’ ammettere, ricordandomi i momenti che definisce i “più creativi”, i momenti che solo il film e quindi la finzione e la poesia creano e che danno senso al tutto.
Il documentario è stato proiettato in occasione del CinePride di Omphalos al cinema Méliès in Via della Viola nel centro storico di Perugia lo scorso 21 maggio in vista dell’Umbria Pride 2026. Il tema era caro a Nicola sin dal suo primo progetto, La Stanza Di Una Formica, dove ciò che qui è emerso profondamente in primo piano era costante sottotesto: l’assistenza sessuale.
Sullo schermo e poi nella stessa sala - quasi al completo - ci siamo trovati davanti i protagonisti che hanno consegnato a noi il loro corpo, la loro storia, la loro intimità: sia coloro che in prima persona vivono le difficoltà causate dalla disabilità fisica per provare ciò a cui il più semplice degli esseri aspira, vale a dire l’amore, sia quelli che si occupano di garantire e favorire il superamento degli ostacoli e delle barriere architettoniche, non solo fisiche ma anzitutto morali e mentali, che hanno portato la società umana a dimenticarsi dei diritti sessuali delle persone con disabilità, oggettivizzando e infantilizzando il loro corpo.
L’assistenza sessuale infatti risulta essere oggetto di grande dibattito, che porta allo scontrarsi di punti di vista diversi fra chi sostiene e chi si oppone a tale pratica. Tra gli interrogativi anche quello sui limiti dell’uso delle tecniche e delle pratiche scientifiche che concorrono a favorire il ritorno alla corporeità e dunque alla sessualità delle persone con disabilità. Domanda che è sorta anche a me e che ho posto allo stesso regista, che maneggia ormai in modo familiare tale questione. La quale si scontra, come ho detto allo stesso Nicola, con un’altra domanda nata dalle condizioni della società presente, nella sua paradossale devozione a tutto ciò che disumanizza e rende artificiale e dove quindi potrebbe apparentemente rientrare tale pratica che passa attraverso tecnici -assistenti sessuali, psicologi, antropologi. Una società che è poi caratterizzata anche dall’ultima certezza che gli è rimasta: il suo culto per il fitness, per un’unica forma sempre uguale a se stessa, e nel cui standard il corpo con disabilità non rientra.
Matteo Bardarè, mi ricorda Nicola, tra i suoi protagonisti, è uno dei primi assistenti sessuali in Italia. Opera a Milano e non solo. “Un eroe”, lo definisce, che come gli altri si consegna davanti alla telecamera, commuovendosi nel ricordare una ragazza con disabilità che aveva aiutato a vedersi per la prima volta nuda allo specchio. Ecco allora l’unica risposta possibile di Nicola, e anche un po’ di chi scrive: qui si mostra l’umanità che mette costantemente nel suo lavoro e che forse rivela come, in realtà, queste situazioni sono già esistite. Ciò che c’è di nuovo è la parola, che implica nella nostra cultura logocentrica il tentativo di conoscere e razionalizzare una cosa. Quindi essa è fondamentale perché apre il dibattito, ed è il primo passo per la sua accettazione; ma è legata a ciò che esiste per natura, per definizione dell’umano, ed è arcaico quanto l’essere, così come forse -dice Nicola- l’eutanasia: era stato già detto del resto, Thanatos si affianca necessariamente a Eros.
Allora ecco che si capisce l’importanza di nominare e parlare di tale argomento che ne implica il primo riconoscimento, ed è ciò che hanno fatto con una sincerità di pancia i protagonisti del documentario, accettando la scommessa di Nicola. Lo riconosce lui stesso, raccontandomi come il titolo sia un tributo a uno di loro che si è presentato davanti a noi al Méliès in tutta la sua delicatezza fisica e forza intellettuale: Pierluigi Lenzi, intellettuale e attivista bolognese.
Il significato lo si comprende solo ascoltando le parole di Pierluigi sullo schermo, ma ce lo ripete lo stesso scrittore bolognese nella serata perugina di maggio: “Fondamentali sono i pronomi”. Necessaria è l’autodeterminazione, l’affermazione della propria soggettività e dunque libertà nell’atto erotico, che è la fusione con l’altro da sé, che è grattarsi fin dove si arriva e chiedere all’altro di farlo quando il punto è irraggiungibile, ma che mai farebbe l’altro da solo, non sapendo dove grattare.
Da qui allora si può ripartire, dalla forza del soggetto, del “nuovo stato psicologico dominante” per dar vita a un nuovo film che sfidi ancora una volta il documento: Wheelie. Così inizia infatti, ci svela Nicola, il suo ultimo progetto: il suo amico, una carrozzina, tre interviste da guardare, due delle quali le abbiamo viste quel 21 maggio, testimoni di una vita che è realtà, di una vita che vuole vivere a tutti i costi e quindi amare.
Jasmine Galietta





