Tutto si può dire, ma non tutto riesce a essere detto

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Data:

14 Ottobre 2026

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Non abbiamo mai parlato tanto. Produciamo opinioni mentre gli eventi stanno ancora accadendo, trasformiamo esperienze intime in contenuti pubblici, discutiamo collettivamente di sesso, salute mentale, identità, corpi, maternità, morte. Persino la confessione, un tempo custodita in luoghi e relazioni circoscritte, ha acquisito una propria grammatica digitale. Scorriamo tra traumi raccontati in prima persona e diagnosi diventate lessico quotidiano, mentre l’idea stessa che qualcosa sia “indicibile” sembra appartenere a un mondo più pudico del nostro.

Eppure parlare molto non significa necessariamente riuscire a dire tutto. Anzi, la sovraesposizione può convivere sorprendentemente bene con la rimozione.

È dentro questa contraddizione che, per l’intera giornata del 17 ottobre, Marsciano ospita la prima edizione di TabùFestival, nato dalla collaborazione tra FiloTabù e Umbria Green Festival: una giornata diffusa che attraversa filosofia, salute mentale, fotografia, architettura, cinema, letteratura e pratiche educative, mentre debutta anche Tabù, nuova rivista cartacea semestrale. Il punto di partenza sembra semplice, ma non lo è affatto: che cosa chiamiamo tabù nel 2026?

La domanda, del resto, precede di molto il nostro presente. Tabu, o tapu, entra nel vocabolario occidentale dalle culture polinesiane e porta con sé un’ambivalenza che abbiamo progressivamente smussato: indica ciò che è interdetto, ma anche separato, sottratto all’uso ordinario. L’antropologia avrebbe poi mostrato quanto queste delimitazioni raccontino una società almeno quanto ciò che essa proclama apertamente. Émile Durkheim riconosceva nella separazione tra sacro e profano uno dei dispositivi attraverso cui una comunità ordina simbolicamente il mondo; molti decenni dopo Mary Douglas, in Purity and Danger, avrebbe osservato come le categorie di puro e impuro servano soprattutto a proteggere classificazioni, confini, sistemi di significato. Ciò che disturba un ordine, insomma, dice molto dell’ordine stesso.

Forse è per questo che parlare oggi di tabù è più interessante che proclamarne frettolosamente la scomparsa. I divieti cambiano forma. Alcune parole diventano pronunciabili mentre le esperienze a cui rimandano restano difficili da condividere; alcune sofferenze acquistano visibilità senza perdere lo stigma; alcuni corpi sono celebrati astrattamente e continuano, concretamente, a trovare città, servizi e immaginari costruiti per qualcun altro. Il rimosso, d’altronde, non coincide necessariamente con il silenzio. Può nascondersi anche dentro un’enorme quantità di rumore.

TabùFestival prova a muoversi precisamente in questa zona ambigua e lo fa attraverso un’espressione particolarmente fertile: ecologia culturale come cura del non detto. Nel dialogo costruito con Umbria Green Festival, il tabù viene infatti osservato nello spazio critico, corporeo e urbano: ciò che rimuoviamo può ritornare, ciò che non nominiamo può ammalarsi, ciò che nascondiamo può produrre esclusione. È un allargamento non scontato della parola sostenibilità, che smette per un momento di riguardare soltanto ciò che consumiamo e investe il modo in cui una comunità metabolizza conflitti, vulnerabilità e differenze.

Non casualmente, il percorso comincia dal corpo. Nell’incontro Anatomia delle relazioni, Andreea Elena Gabara affronta con ragazze e ragazzi sessualità, consenso, piacere e autodeterminazione, riportando la conoscenza del proprio corpo dentro una riflessione sulla libertà. È un passaggio tutt’altro che marginale. Il corpo è forse il primo territorio sul quale una società scrive ciò che considera legittimo, desiderabile, sconveniente o deviante; ed è anche il luogo in cui norme apparentemente astratte acquistano conseguenze estremamente concrete.

Poco dopo, la mostra fotografica Vuoto d’amore: i colori della speranza svanita sposta lo sguardo sulle stanze vuote degli ex manicomi. Le immagini di Paolo Laudicina diventano il punto di partenza per Samantha Bovo per interrogare le metamorfosi dello stigma: l’istituzione psichiatrica può essere scomparsa e, tuttavia, isolamento ed esclusione possono sopravviverle. È forse una delle intuizioni più interessanti dell’intero percorso: la storia non procede semplicemente sostituendo il progresso all’arretratezza. Talvolta abbatte i muri lasciando intatte alcune delle distanze che quei muri rendevano visibili.

Nel pomeriggio quella distanza diventa addirittura urbanistica. Con il suo Atlante dei tabù urbani, Ilaria Iacconi Iambrenghi pone una domanda apparentemente tecnica e profondamente politica: chi decide quali corpi, comportamenti e bisogni siano “normali” dentro una città? Dolore, disabilità, genere, povertà, migrazioni ed eredità coloniali entrano così nella lettura dello spazio costruito. Perché esistono rimozioni che non hanno bisogno di censurare una parola: è sufficiente progettare il mondo senza prevedere la presenza di qualcuno.

Qui il festival acquista anche una curiosa coerenza geografica. Non si chiude in una sala, ma attraversa Marsciano: Biblioteca Luigi Salvatorelli, Caffè Letterario, Sala Gramsci, Sala Capitini, Teatro della Concordia, Giardini Orosei. Il tabù, insomma, viene sottratto alla dimensione esclusivamente privata e disseminato nella città. Ed è significativo che persino i bambini entrino in questa cartografia attraverso Insetti tra le trame di Francesca Cinelli, dove creature abitualmente classificate come brutte o pericolose diventano oggetto di osservazione, manipolazione e meraviglia. In fondo, anche un pregiudizio minuscolo contiene già un esercizio di classificazione: decidere ciò che attrae e ciò che ripugna, ciò che merita prossimità e ciò che preferiremmo tenere lontano.

Più tardi, con Ombre di un battito, Valeria Genova porta nel festival l’aborto attraverso esperienze, emozioni e contraddizioni che spesso restano taciute. Anche qui emerge uno scarto tipicamente contemporaneo: un tema può occupare enormemente il dibattito pubblico e rimanere, nello stesso momento, difficilissimo da raccontare nella sua dimensione vissuta. La polarizzazione, in questo senso, non è il contrario del tabù. Talvolta ne è una metamorfosi: produce moltissime parole, ma restringe quelle con cui è consentito abitare la complessità.

È anche per questo che il cinema diventa un altro passaggio del percorso. In Generazione Tabù, Anastasia Fonti e Boris Sollazzo incontrano gli autori de I Diari della felicità, documentario di Davide Barletti, Claudia Mollese e Renato Chiocca costruito intorno alle voci, ai pensieri e alle domande di ragazze e ragazzi alle prese con crescita, identità e futuro. La questione, allora, non riguarda soltanto quali storie raccontiamo, ma chi dispone delle parole per raccontarle. “I giovani”, come “le donne”, “i fragili” o “i malati”, possono diventare categorie estremamente visibili e, proprio per questo, finire paradossalmente sepolti sotto le narrazioni prodotte su di loro.

In questa trama, la nascita di “Tabù” come rivista semestrale cartacea introduce una temporalità diversa. Mentre il dibattito pubblico viene sollecitato a reagire ininterrottamente, scegliere la carta e una cadenza lunga significa concedere alle idee qualcosa che oggi appare quasi controintuitivo: sedimentazione. Non si tratta di opporre nostalgicamente l’analogico al digitale, ma di riconoscere che esistono pensieri incompatibili con l’urgenza di avere immediatamente una posizione. Alcune questioni richiedono lettura, esitazione, perfino il diritto di cambiare idea.

La giornata si chiude al Teatro della Concordia con Umberto Galimberti e Lo spaesamento dell’uomo nell’età della tecnica. È una conclusione che, più che aggiungere un altro tema, sembra riportare l’intero percorso alla sua domanda antropologica. Se la tecnica non è semplicemente l’insieme degli strumenti che utilizziamo, ma l’ambiente che modifica possibilità, linguaggi e criteri attraverso cui interpretiamo il mondo, allora persino ciò che consideriamo normale, dicibile o desiderabile non può essere pensato come qualcosa di immutabile.

Forse, allora, il compito più interessante di un festival dedicato ai tabù non consiste nell’“abbatterli”. Sarebbe una metafora fin troppo semplice per fenomeni che raramente scompaiono e molto più spesso cambiano pelle. Vale piuttosto la pena osservarli mentre si spostano: dal linguaggio ai corpi, dai corpi agli edifici, dalle istituzioni agli immaginari, dal silenzio alla sovraesposizione.

Il 17 ottobre Marsciano prova a costruire uno spazio per farlo collettivamente. E in un tempo convinto di aver reso tutto visibile, potrebbe essere un esercizio tutt’altro che marginale: guardare con maggiore attenzione proprio ciò che, pur essendo davanti a noi, abbiamo imparato a non vedere.

Info. Gli appuntamenti diurni del TabùFestival sono gratuiti; la lectio magistralis di Umberto Galimberti, in programma alle 21.00 al Teatro della Concordia, è invece a pagamento.

Chiara Scialdone

 

A cura del MUG - Magazine Umbria Giovani
direttore responsabile Giovanni Dozzini

Ultimo aggiornamento: 14/10/2026, 09:50

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