Descrizione
La Via della Seta, coacervo di itinerari stradali, marittimi e fluviali, ha contribuito alla globalizzazione del mondo antico, collegando il lontano Estremo Oriente con il più vicino Occidente. Circa ottomila chilometri di scambi e incontri esotici e affascinanti resi celebri da Marco Polo che, con il suo libro Il Milione, ha aiutato a mitizzare, anche letterariamente, questa rotta rivoluzionaria. È una premessa necessaria per capire l'impresa di Carlo Caso, narnese classe 2003 laureato in Ingegneria che lo scorso anno ha deciso di tornare dalla Cina alla sua città natale utilizzando una gravel bike. Un itinerario che abbraccia diversi popoli è stato lo scenario di questo epico viaggio, che lo ha visto macinare 17mila chilometri e solcare diciotto Stati.
Carlo è partito nell'ottobre del 2025 ed è tornato lo scorso 10 luglio. Quando gli chiedo com'è nata l'idea di questa avventura, dice che “non esiste una risposta univoca. Mi trovavo in un momento della mia vita in cui stavo studiando molto, e da tempo avevo il desiderio di vedere il mondo in maniera vera, autentica”. Ecco che diventa cruciale il ruolo della bicicletta. “Sono stato influenzato”, aggiunge Carlo, “dalle storie e dai video di Lorenzo Barone e Dario Franchi, che partendo da Firenze è arrivato fino in Sudafrica. Ho subito capito che la bici è un mezzo che ti costringe a fermarti, dando la possibilità di entrare in contatto con le persone e con il territorio. Ti permette di vivere a pieno l'esperienza, sia nei suoi aspetti positivi che in quelli negativi”.
Temo che Carlo si sia sentito ripetere le stesse domande da chi, come me, vede tutto dall'esterno e non riesce a comprendere determinate dinamiche. Mi incuriosisce sapere quali difficoltà ha incontrato, e risponde che “dipendeva dalla zona. In Thailandia, ad esempio, c'era il problema dei cani, così come in Turchia, dove sono stato accerchiato da dei Kangal, simili ai pastori maremmani”. Ciò per quanto riguarda gli animali. Poi, però, subentrano il territorio e le condizioni climatiche. Carlo spiega che “in Asia Centrale i tratti desertici erano lunghi e ogni cosa andava pianificata al dettaglio. Ci sono stati dei posti dove tirava un vento contrario che sfiorava i 60 km/h, e nelle due settimane in cui ho attraversato la Turchia e la Georgia imperversava un clima avverso. Ci tengo a sottolineare, tuttavia, che non ho mai avuto difficoltà con le persone: una volta superata l'inevitabile barriera linguistica, erano tutti molto socievoli”.
Di momenti complicati ne ha vissuti diversi, ma Carlo assicura che non ha mai pensato, neppure un momento, di mollare questo sogno. La risolutezza nel raggiungere la meta e nel tornare verso la sua Narni erano troppo elevate per qualsiasi tipo di ripensamento. A ogni problema palesatosi, ha dovuto adottare velocemente una soluzione. Inoltre, sul piano economico, ha fatto tutto da solo, senza il sostegno di sponsor. Grazie soprattutto al suo lavoro presso Narni sotterranea, era riuscito a mettere da parte una somma che poi, durante il viaggio, gli ha permesso di avere un budget massimo di 30 euro al giorno. La spesa media giornaliera, contando tutte le uscite, è stata di 24 euro.
Alla domanda sui Paesi che lo hanno colpito di più, Carlo ricorda due aneddoti emozionanti. “Mi trovavo nel Laos, in una strada non segnata su Google Maps costeggiata da piccoli villaggi. D'un tratto alcuni bambini iniziano a indicarmi e a seguirmi strillando farang, che significa straniero. Poi in Azerbaigian, dove un barbiere di nome Asim mi ha offerto la pizza, chiedendomi soltanto di dire, quando sarei tornato in Italia, che salutava i suoi fratelli musulmani. Ho assistito a una sorta di ospitalità sacra e gentilezza gratuita, in particolare nei luoghi in cui prevale la cultura islamica”.
La cittadina umbra alle porte del Lazio ha accolto trionfalmente il ritorno di Carlo, il quale ha sbandierato e sfoggiato il vessillo di Narni - un imperante grifone rosso stagliato su sfondo bianco - durante tutte le tappe. Il calore e la vicinanza dei suoi concittadini sono stati come un soffio che ha sospinto da lontano ogni pedalata. Ora, dopo essere rientrato, mi confessa di averla rivalutata anche a livello storico e paesaggistico. Tornare, quando si intraprende un viaggio di tali dimensioni, è sempre un predicato spinoso e denso di sfumature. Carlo rivela che “i giorni prima di arrivare a destinazione provavo una sensazione strana, poiché ero consapevole che stavo per raggiungere un obiettivo che per nove mesi aveva occupato ogni mio pensiero. Per cui sì, ho avvertito dello spaesamento, e forse per questo mi sono subito proiettato sulle prossime avventure”.
Una risposta che anticipa il mio ultimo interrogativo, che riguarda il domani e le idee per il futuro. “Ho iniziato la magistrale a Roma”, dice Carlo, “ma le prime due settimane di settembre sono tornato in sella, direzione Tunisia. Il prossimo progetto sta prendendo forma e conto di iniziarlo nel luglio del 2027. Si tratta del Tagikistan e della Pamir Highway, un'autostrada che raggiunge i quattro chilometri di altezza e che arriva a toccare un pezzo di Afghanistan. Infine, nascosta nel cassetto, la Panamericana, dall'Alaska alla punta del Sudamerica. Ma per quella, sicuramente, ci vorrà più tempo”.
Gioele Tartocchi





