Wonka, l’officina solidale in piazza tra autonomia e inclusione

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Data:

03 Settembre 2026

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Wonka

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“C’è troppa schiuma in questo bicchiere di birra. Riprova. Togline un po’ e mettila ancora sotto la spina”. Santo Cava, il presidente dell’associazione che gestisce il bar, lo dice con tono fermo. Marco, senza esitazione, ci riprova. È un ragazzo con disabilità e con lui ci sono Emina e Gabriele. Emina è nell’altra sala. “Di che segno sei?”, mi chiede appena mi avvicino. “Leone”. Apre uno di quei libricini che andavano di moda negli anni Duemila, quelli con le storie dei segni zodiacali. “Mi devi dire anche l’ora in cui sei nata, altrimenti non posso calcolare l’ascendente”. E poi c’è Gabriele. “Cosa ti piace di più fare qui?”. “La cassa”. “Allora io ti pago una birra piccola e una cedrata”. Pigia i tasti sul dispositivo. Marco lo corregge, poi Gabriele mi presenta il conto.

Siamo a Bastia Umbra, all’interno della Wonka Officina Solidale Ets, un bar vero e proprio che si affaccia sulla piazza e che è gestito anche da ragazzi con disabilità. Sono le 18.50 quando arrivo, è sabato e sui tavolini all’esterno c’è parecchia gente. “Facciamo tutta la caffetteria classica. Qui si possono assaggiare le nostre marmellate, le nostre creme salate per gli aperitivi. Per le colazioni facciamo pane tostato e confetture, a seconda dei fornitori che decidiamo magari quella settimana di utilizzare”. Me lo racconta proprio Santo Cava. “Poi abbiamo la birra alla spina e i gelati. E vendiamo anche prodotti di commercio equo e solidale, di artigianato, un po’ di libri”. I fornitori, mi spiega, vengono scelti seguendo un criterio preciso: sono cooperative sociali, aziende agricole a chilometro zero, realtà del commercio equo e solidale e aziende che lavorano con persone con disabilità o, più in generale, con situazioni di fragilità sociale.

Il progetto nasce dall’idea di una famiglia che si è interrogata su cosa succede dopo la scuola alle persone con disabilità. “Passare dalla scuola al nulla era un po’ esagerato”, dice Cava. Da qui la volontà di un’associazione che non fosse né un centro diurno né un oratorio, ma un luogo nel quale ognuno potesse dare volontariamente il proprio contributo, trascorrere il tempo che vuole e, allo stesso tempo, svolgere un’attività. Wonka fa riferimento al noto protagonista del celebre film La fabbrica di cioccolato. “L’idea del cioccolato ci è sempre piaciuta, così come il concetto di fabbrica. Ecco perché l’abbiamo chiamata poi Officina”, racconta Cava. E in effetti “officina” restituisce bene l’idea del progetto. “Ci fa pensare al maniscalco, alla creazione, al plasmare”.

Intanto arrivano i clienti. Ci sono famiglie con bambini piccoli che, entrando, si fermano a guardare i colori degli scaffali. Un signore, poi, chiede un Estathé. “Non ne vendiamo”, spiega Cava. Qui non ci sono le marche classiche, ma alternative scelte secondo la filosofia dell’associazione. Il ragazzo che pochi minuti prima aveva chiesto la birra, intanto, è uscito. Cava si rivolge a Gabriele: “Prendi tu il vassoio”. Gabriele avanza con una birra media e dei salatini da aperitivo. “Qui è così. Loro lo sanno: sono in vetrina. Sono sulla piazza e sono esposti. Qui bisogna fare le cose per bene”. Ma ci tiene a sottolineare che non si tratta di lavoro. “Questo è il gradino inferiore. Uno degli obiettivi è quello sicuramente di dare una preparazione, dare un contributo affinché le caratteristiche di ognuno di questi ragazzi vengano fuori”. Si parte dalle cose apparentemente più semplici: imparare le regole, gli orari, cosa significa andare a lavorare, stare insieme agli altri, fare parte di un’équipe, creare un gruppo, portare avanti un’attività comune. Gli chiedo come la prendano i ragazzi. “Ognuno a modo proprio”.

Perché le difficoltà non sono soltanto quelle legate alle disabilità. Anche i volontari, spiega, devono imparare a relazionarsi con ciascuno di loro. Per questo l’associazione ha iniziato un percorso nell’area psicopedagogica, con una psicologa che accompagna il gruppo nella gestione delle diverse situazioni. I soci ordinari sono una dozzina, una parte di loro sono anche volontari all’interno dell’attività. Essere soci, infatti, non significa automaticamente essere volontari: si può contribuire all’associazione occupandosi, per esempio, della contabilità, dell’amministrazione o delle relazioni esterne senza partecipare al servizio quotidiano. “Noi stiamo creando i primi presupposti di base alla relazione con il pubblico, alla relazione con il prossimo”. La dimensione pubblica del progetto è parte integrante quindi dell’esperienza. Non un luogo protetto e separato, ma una piazza, con i suoi clienti, le sue richieste, i suoi piccoli imprevisti.

“Ognuno di questi ragazzi (sono sei che prestano servizio, ndr), poi, ha i propri talenti”. La frase arriva quasi come una sintesi di quello che succede dentro il locale. Emina mi raggiunge. “Secondo te la Bilancia è un segno geloso?”, “Non lo so - le rispondo - A sensazione direi di no”. “Cercalo su internet. Io sono Bilancia”. Gabriele, invece, mi parla di calcio. Tifa Juventus, ma segue tutta la Serie A. Guarda le partite quando può. “Domani il Perugia gioca a Pesaro”, mi suggerisce. Marco ha diciassette anni e gli occhi grandi dietro gli occhiali. È attento. Mi parla della sua squadra: gioca in Quarta categoria con il Perugia, nella squadra dedicata alle persone con disabilità.

Fuori, intanto, la piazza continua a riempirsi. Il bar è aperto da poco più di due mesi – l’inaugurazione è stata il 25 giugno. “Vogliamo farci vedere - dice Cava - far vedere le nostre attività, ma anche iniziare da un bar che qui non c’era più”. E conclude: “Ci siamo accorti in questi due mesi che anche questo è dare una presenza sul territorio”.

Arianna Sorrentino 

 

A cura del MUG - Magazine Umbria Giovani
direttore responsabile Giovanni Dozzini

 

Ultimo aggiornamento: 04/09/2026, 12:41

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