Giornate resistenti del Trasimeno. Tre giorni a Tuoro dove il vento non cessa mai

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Foto di Francesca Galietta

Data:

04 Agosto 2026

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I papaveri alti e rossi che nascono spontaneamente nella terra secca costretta ad attenderli nella dolorosa assenza invernale. I fiori sono rinascita e il loro rosso è vita e morte da secoli nella memoria occidentale e umana. Una distesa di papaveri e di sangue è immagine della guerra almeno dal maggio del 1915, nei versi del canadese John McCrae: “Nei campi delle Fiandre soffiano i papaveri/ Tra le croci, fila su fila”.

Ripenso a questo fiore che adesso si rivela a noi, involontariamente, come un simbolo magico, epifania di canzoni e di storie, del vento di morte e di vita che è stata la Resistenza. “Lo sai che i papaveri / son alti, alti, alti”. Mi vengono in mente i miei primi papaveri, forse i primi di ognuno di noi cresciuti all’ombra di un secolo che credeva aver ormai fatto i conti con la storia. Esclusi da quel “clima generale di un’epoca” a cui siamo debitori. Tento a fatica, almeno, di sentirne ancora l’odore, di quel “senso della vita come qualcosa che può ricominciare da zero” - come diceva Calvino - che esso aveva fatto fiorire di nuovo.

Un profumo che, portato dal vento, si poteva annusare alle tre giornate del neonato festival Buon Vento-Giornate resistenti del Trasimeno, promosso da ANPI-sezione Brigata Risorgimento, associazione Voci Libere e Legambiente Perugia-Valli dell’Umbria, a cui hanno partecipato anche Articolo 21, Talalla Cafè, Cronache Ribelli, AsiCuba Umbria e Libri Parlanti. Un lungo e caldo fine settimana dal 24 al 26 luglio a Tuoro, dove neanche i papaveri sono mancati in tutto il loro rossore.

Il luogo della prima e dell’ultima giornata è il Talalla Cafè. Un piccolo grumo di musica e persone affacciato sul pontile che si stende sul lago ventilato. La prima giornata è stata dedicata alla lettura del libro edito da Cronache Ribelli, Fiabe Resistenti - racconti del subcomandante Marcos, con il live painting dell’artista BOAP. Girando lo sguardo, tra le voci, un banco di papaveri da fare, tra le mani appiccicose dei bambini. Quelli i loro primi papaveri. Insieme li assembliamo. Una frase, e il simbolo di queste giornate è pronto: “Quando il sole la neve scioglie/ un fiore rosso vedi spuntare:/ o tu che passi, non lo strappare,/ è il fiore della libertà/”. È Gianni Rodari: La madre del partigiano.

Alla presenza dei papaveri si apre anche la seconda giornata del festival. Questa volta però la meta è un’altra: su in cima, fino al centro di Tuoro, nel tiepido Parco il Sodo. Il pomeriggio è stato animato dalle parole e dalle immagini dello storico Mario Parigi e da quelle del giornalista Nicola Torrini. Hanno narrato i fatti della guerra civile e la liberazione di Castiglion del Lago, di Tuoro, fino a quella di Cortona, avvenuta nell’estate del 1944. Intrecciando geografia e storia, perché anche questa piccola Italia ha la sua. Hanno poi lasciato il posto alla presentazione e lettura del libro della giornalista e scrittrice Sara Lucaroni La destra e le donne. Da Mussolini a Giorgia Meloni. Un libro che tratta della donna dal Ventennio fino a questo primo scorcio del nuovo secolo e dei rischi che nascono dai pensieri totalitari, che chiudono a qualunque elemento diverso che sembra minacciare la stabilità necessaria alla sopravvivenza del singolo e di un’intera società. La quale, scindendo il suo legame con la realtà, pretende di creare un uomo nuovo - non una donna - tutto piegato a quella società astratta e inesistente.

La serata di sabato 25 luglio si è conclusa con la musica accompagnata dalla pastasciutta dei fratelli Cervi, per ricordare il sapore che ha il cibo quando lo si mangia in un giorno di libertà come la nostra - nonostante i suoi limiti e le sue esasperazioni -, in nome di chi ha combattuto per questa. I fratelli Cervi sono stati sette fratelli emiliani antifascisti che alla notizia della destituzione e dell’arresto di Mussolini cucinarono per tutti pasta burro e parmigiano, la più buona mai mangiata prima da quegli italiani immersi da vent’anni in uno sporco acquario. Pochi mesi dopo sarebbero stati fucilati da un manipolo di repubblichini a Reggio Emilia.

Proprio questa data è stata la prima tappa di quello che gli organizzatori entusiasti definiscono un lungo cammino che li ha portati fino a questo nuovo festival. È iniziato tutto il 25 luglio 2025, mi racconta uno di loro, Michele Fruscoloni. In occasione di questa giornata hanno organizzato una tavola rotonda sulla pace sempre a Tuoro. Un incontro interassociativo a cui hanno preso parte Flavio Lotti per la Fondazione PerugiAssisi, rappresentanti delle istituzioni regionali, Emergency Perugia, Articolo 21-Presidio Città della Pieve, Voci Libere e ANPI Trasimeno-Sezione Brigata Risorgimento.

Fondamentale è stato poi l’incontro con i marciatori di Barbiana. In questa occasione hanno condiviso le loro storie. I mugellani l’insegnamento di Don Milani e il motto che dalla vecchia scuola della montagna toscana è giunto fino a quella dei bambini di Tuoro e Passignano - i demiurghi sorridenti di papaveri. “I care”. Mi importa, mi sta a cuore. Diceva lo stesso Don Milani essere “il contrario esatto del motto fascista «Me ne frego»”. Un motto che, in realtà, quasi senza saperlo, aveva già animato l’esperienza raccontata dagli organizzatori ai marciatori del Mugello: il gemellaggio con la città tunisina di Lamta.

Tuoro, un paesino al confine tra due regioni, due aree linguistiche diverse, due fronti al tempo della Resistenza. Simbolica terra di transito e luogo della tanto ricordata battaglia del Trasimeno del 217 a.C. Cartaginesi e romani nel pieno di una guerra tragica per Roma. Simbolo dello scontro di due mondi, ancora più attuale oggi, pensando ai flussi e alle crisi migratorie che caratterizzano la nostra società da sempre multietnica, che necessita l’interculturalismo promosso proprio da queste due piccole realtà così simili e diverse insieme. Questo è il motto che ha ispirato gli organizzatori e li ha condotti con Barbiana, fino alla Marcia per la Pace Perugia-Assisi, in un’unione di intenti che era stata la stessa promossa da Don Milani e Aldo Capitini sulla scia della nonviolenza. Il papavero ne è il filo conduttore arrivato infatti fino al festival. Era stato donato dai mugellani ai toreggiani, rafforzando così il significato e lo spirito che esso rappresenta. Gli stessi che animano questo evento.

Tra le note nel vento estivo del Trasimeno, che ci ha accompagnati sin dall’inizio, si è conclusa anche la terza giornata del festival. La presenza del vento e del lago riecheggiano già nel suo nome, scelto apposta come quell’augurio che si fanno i marinai, innamorati dell’acqua e pronti a partire, ma desiderosi poi di far ritorno a casa, posto sicuro dove ognuno, così come è, è accolto.

Dj Fretless e i Tupamaros nelle prime due giornate. Il cubano Miguel Jiménez Dias dopo l’intervento di ASI Cuba con Articolo 21-Presidio Città della Pieve in quella conclusiva. La musica e la danza alla fine di ogni giornata come necessario coronamento di momenti di socialità e società, di incontro e dialogo. Creando così, attraverso la sintesi del privato e del pubblico, il perfetto spazio della politica, distrutto invece da ogni pensiero totalitario. A differenza del quale, esso è democratico per definizione, in quanto a un tempo unisce e separa gli individui tra loro diversi, perché se stessi, e proprio per questo, uguali. Tutte queste associazioni, insieme, hanno mostrato proprio come lo spirito della Resistenza è ancora vivo, nonostante i suoi fallimenti, e si realizza a partire dai singoli.

I papaveri emanano ancora il loro odore, portato dal vento che agita il mare - o il lago - fino al porto sicuro, dove vale ancora il motto milaniano “I care”.

Jasmine Galietta

 

A cura del MUG - Magazine Umbria Giovani
direttore responsabile Giovanni Dozzini

Ultimo aggiornamento: 05/08/2026, 09:47

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