Descrizione
Mauro, Filippo e io ci sediamo sulle scalette del Duomo deserte, dietro la Fontana Maggiore. Il caldo annichilente di questi giorni non sembra frenare i festeggiamenti per le lauree estive. Davanti a noi sfilano ragazze e ragazzi a cui vengono scattate foto con fiori, corone e tesi dai colori più svariati. Mentre risuonano i consueti goliardici cori dedicati ai neodottori, Mauro e Filippo iniziano a raccontarmi la storia della loro band. La Makina del Ritmo.
Sono quattro musicisti a comporre questo gruppo italo-cileno. Filippo, che suona il sintetizzatore, viene da Perugia, e ha origini sarde. Pino, che suona la chitarra elettrica, viene dalla Sicilia. Mauro, che suona il basso e canta, viene dal Cile, così come Fuad, che suona le percussioni e la batteria. Proprio dall'altra parte del mondo è sbocciata l'idea di questa formazione: un asse che dal Sudamerica è arrivato in Italia e che oggi ha come centro di gravità la città di Perugia. Valparaíso, mi spiega Mauro, è il luogo dove si incontrano per la prima volta lui e Fuad. Poi, in Portogallo, lo stesso Mauro conosce Pino, e da lì nasce un'amicizia importante e duratura che li porterà, anni dopo, nel capoluogo umbro, dove la volontà di fondare una band prende finalmente vita. Così, nel 2022, viene alla luce la Makina del Ritmo, a cui si unirà Filippo, con il suo synth, nel 2025.
“All'inizio il progetto era partito come una scommessa”, dice Mauro, al quale chiedo di scavare nei ricordi. “Tra la fine del 2022 e l'inizio del 2023 abbiamo fatto molti concerti, un tour in Sardegna e ci siamo esibiti in diversi festival. Questa è stata la prima fase. Dopo, sono dovuto tornare in Cile, e il gruppo si è fermato per un anno”. La storia di Mauro è toccante. Aveva un lavoro e una vita stabile nel suo Paese d'origine, ma decide lo stesso di trasferirsi in Italia, e ora si è iscritto al conservatorio. Un azzardo all'insegna della passione, e da cui si snoda la seconda fase del quartetto, che li ha portati ad essere un unicum per il tipo di musica che propongono.
Quando il discorso si sposta sulla componente musicale, è Filippo a prendere la parola. Mi ricordo di Filippo, frequentavamo la stessa scuola. Tante cose in lui sono cambiate, ma lo sguardo sereno e convinto e la gentilezza nel rapportarsi con le persone, sono, invece, rimasti intatti. “La cumbia si articola in tanti generi, ed è la base ritmica e di partenza da cui si anima ogni nostra canzone. Suonare insieme ci aiuta, poiché ognuno mette un frammento di sé per creare delle sonorità nuove che sfuggano agli standard tradizionali”. Da qui, infatti, la loro punta di diamante: la cumbia psichedelica. Un aggettivo che spesso associamo a qualcosa di esoterico e allucinatorio ma che, in questo caso, rimanda direttamente e solamente alla musica. “Quello che noi facciamo esplorando diverse musicalità”, aggiungono quasi all'unisono, Filippo e Mauro, “è arrivare a una fusion basata sulla ricerca di suoni astratti, distorti e complessi, in cui viene stravolta la visione della cumbia sudamericana classica che si mescola agli effetti tipici del rock psichedelico europeo”. Rock che resta un pilastro del background musicale che li accomuna.
Prima di fare l'intervista, ho riascoltato con attenzione alcuni dei loro pezzi. Canzoni come Politifarandula, La última primavera e Cumbia que llora hanno catturato la mia attenzione, soprattutto per la sintassi e la semantica - impregnate di amore, critiche al consumismo e al cambiamento climatico e immagini visionarie - che deflagrano accompagnate da un ritmo dirompente. Perciò, incuriosito, chiedo a Mauro come nasce un testo. Mi risponde che “non c'è una vera e propria ricetta. Io scrivo di ciò di cui mi piacerebbe parlare. Per questo la modernità di una realtà in crisi si riflette nelle nostre canzoni. A volte è il testo ad arrivare prima, altre volte la sperimentazione acustica precede le parole. Da un arrangiamento o da un particolare timbro del sintetizzatore può sempre nascere qualcosa”.
Continuando a conversare, capisco che c'è un aspetto, prima di tutto, che ci lega: l'amore per Perugia. Pertanto, non posso esimermi dal chiedere loro cosa significa essere musicisti professionisti oggi a Perugia, a seguito della chiusura e della difficoltà di diversi locali che ospitavano musica dal vivo. “All'inizio per noi questa città è stata la terra promessa”, esordisce Mauro. “Facevamo molti concerti ma ora c'è stato un calo drastico. La componente underground era una ricchezza, ma lentamente si sta affievolendo”. Filippo lo spalleggia, e aggiunge che “la realtà locale viene così soppressa e ammutolita, in un centro storico dove la musica, vista l'importanza di Umbria Jazz e altri festival, dovrebbe esplodere in ogni direzione”. La fusion psichedelica prodotta da Pino, Fuad, Mauro e Filippo è un ibrido partecipato, ritmato e non stanziale, dove il ballo rappresenta un elemento primario. Non a caso, hanno registrato, poco prima che chiudesse Spazio Modu, un EP che contiene un brano dal titolo Yo bailo como quiero, sintomatico di questa situazione. Adesso la paura di sentirsi costretti a migrare e portare la propria arte altrove non è più un lontano miraggio ma un'incombente ipotesi.
Dei concerti dei quali serbano un ricordo migliore, entrambi fanno riferimento all'ultima esibizione proprio a Spazio Modu e a una serata a Enna - capoluogo di provincia più alto d'Italia e luogo natale di Pino - inserita nel tour in Sicilia. Un mix di emozioni positive e un pizzico di nostalgia. Rimembrano sorridendo il pubblico che ballava, che rideva, che cantava, che si divertiva e che si faceva firmare i dischi e le magliette appena acquistate. Infine, come sempre, uno sguardo al futuro. Dapprima, una tournée estiva con date sparse in tutto lo Stivale e la registrazione di un secondo album. Poi Mauro mi svela che “continueremo a coltivare una sonorità nuova e sempre più originale, cercando di fare qualche performance anche fuori dall'Italia”. Ecco, dunque, l'obiettivo finale della Makina del Ritmo: diffondere la cumbia psichedelica, facendo vibrare i palchi dei più disparati angoli del mondo.
Gioele Tartocchi





