Innominabile 27. Il Festival dei Due Mondi in trasferta al carcere di Spoleto

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Data:

20 Luglio 2026

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Innominabile 27

Descrizione

Martedì 7 luglio. Il giallo dei girasoli riempie i campi che si scontrano con gli occhi del viaggiatore non appena uscito dalla grigia superstrada mentre si approssima a quella “cittadina umbra” che, con le sue bellezze e la sua quiete necessaria “per godere serenamente un convegno d’arte”, è il cuore del Festival dei Due Mondi: Spoleto, come la definiva il fondatore, Gian Carlo Menotti. Eppure, uscendo prima, per questa volta, e anche per la sera seguente, il Festival cambia luogo, completamente. Proseguendo, infatti, ancora circondata dal caldo e dal giallo del sole e dei campi tagliati e secchi, sta lì, solitaria, la Casa di reclusione di Maiano.

Qui, per questa sera, è il teatro. L’unica istituzione totale tra i luoghi scelti dal Festival. Si apre accogliendo quel giallo che l’ha circondata e rivela un altro mondo dentro, vivo, vivissimo, anche se immerso in una quiete - forse proprio quella ideale ricercata da Menotti - che viene interrotta dal trambusto della gente che attende accaldata, pronta a sbirciare al di là del muro che dice solo, in diagonale: “Despondere spem munus nostrum”. Leggo il motto del Corpo di Polizia Penitenziaria italiano, senza sapere cosa sia. Attendo anche io di valicare il muro della speranza, per vedere dove sia finita.

Nell’attesa lo spettacolo inizia, senza che tutti se ne accorgano. Distrutta la quarta parete, distrutto il teatro al chiuso, con il palcoscenico e la sala, ma anche la cavea non c’è più. Il teatro è restituito alla sua prima geografia: lo spazio aperto, la natura, seppure quella artificiata di un istituto penitenziario. Tra la gente, vagando, con in mano palloncini bianchi e il volto dipinto dello stesso colore, si aggira un uomo e con lui, poi, un gruppo di donne con il volto sempre bianco. Avvolte con veli verdi danzano. Sono come baccanti che chiamano quel Dioniso, “giovane pieno di grazia” e insieme “amorale e criminale” - come scriveva Pasolini - che lascia volare qualche palloncino leggero nel cielo estivo, superando le gelide mura che non hanno tramonti. Le donne giocano, ripetendo il rito, con la palla e i peluche, nel girotondo di un cerchio sempre uguale.

È sotto il segno del teatro dell’assurdo che si pone quest’opera, infatti, come dichiara il regista Giorgio Flamini nella brochure che scorro mentre ripenso a quella serata. Il teatro che celebra la distruzione di qualunque costruzione logico-razionale di eventi e discorsi. Fatto di scene giustapposte, all’apparenza senza senso, che impongono allo spettatore ancora più sforzo razionale, proprio per questo. Un tipo di teatro che riflette sulla parola umana e sulla stessa condizione dell’uomo e così fa anche in questo caso la sceneggiatura di Flamini e dei “detenuti autori”, la compagnia #SIneNOmine. Tra i grandi modelli dichiarati, del resto, vi sono Jean Genet e Rick Cluchey, che da dentro le stesse mura hanno riflettuto sull' istituzione carceraria e sul suo legame con l’esistenza umana e, quindi, con il teatro. Così anche questo spettacolo, Innominabile 27, rivela la condizione umana all’interno del penitenziario che diviene parabola stessa dell’umano in quanto tale.

Diceva Sartre - il teatro dell’assurdo si fonda proprio sulla filosofia esistenzialista - che la condizione dell’uomo nel mondo consiste nell’assurda presenza del soggetto nell’oggetto - il mondo stesso quindi - da cui è tragicamente separato. L’uomo è limitato al suo corpo finito e contingente, eppure tale contingenza è “l’assoluto”. La condizione dell’uomo è di essere “condannato alla libertà” proprio perché la vita è tutta radicata nel singolo che è coscienza e quindi costante possibilità indeterminata, slancio oltre l’esistente, ma non ha mai chiesto di esserlo, di esserci. La condizione di totale possibilità in cui ci troviamo, ogni giorno, sullo svegliarsi, ci dà nausea, ci sconvolge. Questa libertà fa paura e può uccidere la volontà o indirizzarla verso quelle azioni che l’altro - cioè la società stessa - può condannare come inaccettabili. Allora la libertà ci viene tolta, veniamo etichettati come devianti e infilati all'interno di un’istituzione che almeno alle sue origini - e ancora adesso nonostante i mutamenti fatti - ci fagocita e distrugge quell’identità che avevamo almeno tentato con fatica di creare; per fissarci ora, senza nome, con un numero ancora più pesante di un nome e di una maschera, nel gioco senza fine del carcere.

Il gioco che, infatti, ci ha accompagnato sin dall’inizio - prima di varcare il muro - continua a farlo mentre raggiungiamo lo spazio verde del campo sportivo, aperto al cielo che vediamo alzando lo sguardo, nel cui rossore estivo risuona già una delle prime voci della compagnia. Lì, ad attenderci, sulla sedia, insieme alla nominata brochure, un tabellone, i dadi e le pedine. Così, anche il gioco diviene altra parabola dell’esistenza carceraria e della vita in quanto tale. Anche su di esso riflettono le voci forti ma addolcite dagli accenti di casa lontana degli attori. Un tipo un po’ diverso dal solito attore, forse – rifletto - o forse no, proprio perché la devianza, come sosteneva Genet, è essenziale per l’uomo nella sua integrità, in quanto la sua condizione ontologica è per necessità fondata sugli opposti: essere e non essere, amore e odio, legge e crimine. Genet riteneva essere ogni norma e ogni valore meramente arbitrario, fissazione fallace di una vita che senza riti ripetuti - come il gioco, come il teatro - fino all’estenuazione, non le consentono altrimenti, instabile e priva di senso, di trovare un senso. Gli artisti professionisti - perché così sono stati giustamente definiti sul concludersi della serata - fanno vivere allo spettatore la condizione carceraria e umana che è stata vista tante volte come una prigione.

Evocano, infatti, soprattutto la pena fisica del corpo. L’uomo è corpo, suo malgrado. Se esso soffre tutto il resto si annulla. La sofferenza però, chiaramente, non viene qui intesa come violenza fisica, ma è anzi privazione di qualunque sensazione forte che assuefa i sensi annebbiandoli e annichilendoli. “Il problema è il non essere toccati da chi ti vuole bene”, dice una di queste voci che sono tutte parte di un unico coro. “Manca una nuca”. “Mi manca l’amore e mi manca tutto il resto”. Proprio l’argomento erotico viene toccato con grande tragicità, anche attraverso la voce di donna che legge la lettera della moglie al marito carcerato: “Scrivimi quando puoi, anche poco, anche male”.

Il corpo privato di sensazioni non vive. “Bisognerebbe o non vivere proprio, o sempre sentire, sempre amare, sempre sperare” (ecco di nuovo la “spem” del muro grigio), diceva quel primo esistenzialista che era Leopardi. Così continuano queste voci tragiche a raccontare la condizione stoica obbligatoriamente imposta: “Nel carcere il sesso non sparisce, diventa amministrazione”. Impossibile uscire dal proprio corpo. Ed è sul corpo che si fa esperienza anche del tempo e delle sue sfumature: l’attesa e la memoria. L’uomo è sempre proteso verso il passato e il futuro, ma mai nel presente, se non quando è, appunto, tragicamente privato di quell’esserci nauseante senza cui però neanche esisterebbe.

Infatti, proprio sulla speranza del poter esserci di nuovo al mondo e alla vita si chiude questa tragedia, perché tale è ogni opera d’arte che rivela la condizione ontologica dell’esistenza. L’uomo vuole ritornare a quella condizione angusta di illimitata libertà, perché è l’unica che gli è consentito vivere. Così, questi uomini, che hanno sbagliato, non li vedo macchiati di niente, e non perché la mia sia un’apologia, ma perché ogni norma - inutile dirlo - è frutto di una costruzione storica che presto può crollare. Ma questo non significa la licenza, non è consentito tutto. Non è la violenza sfrenata che qui viene celebrata poiché anzi essa deriva dal rifiuto stesso dell’irrazionale, dal mancato riconoscimento di Dioniso - per tornare alla lettera pasoliniana e allo stesso inizio di questo spettacolo. È necessario, appunto, che Dioniso sia accanto al sole caldo che è Apollo. Quello che ci aveva accolto tra i campi di girasole.

Questa comunione è quella che si realizza nell’opera d’arte “altrettanto dionisiaca che apollinea”, diceva Nietzsche, come è il teatro e la tragedia della Grecia classica soprattutto. Ad essa, infatti, pensa anche la vicecomandante della Casa di Reclusione di Spoleto, Andreaa Cucchiara. Lo rivela nei discorsi finali, ormai nella notte fresca di questa mezza estate, alla presenza della compagnia e delle persone che hanno contribuito a quest’opera d’arte, accanto alla direttrice, emozionata, Bernardina Di Mario, alla presidente della Regione Stefania Proietti e al direttore artistico del Festival Daniele Cipriani. Un teatro che è stato educazione e comunione tra attori e pubblico.

Solo così, accettando questa condizione, sia il detenuto che l’uomo - detenuto nell’attimo dell’esistenza - possono veramente esserci e quindi ricominciare a esistere. Solo così allora “sarò il presente”, “sarò presenza”, “sarò persona”, dicono ancora le voci dei coreuti.

Io la persona la vedo già dentro queste mura, nel sorriso e negli occhi di chi mi si presenta davanti alla fine dello spettacolo, avvicinandomi a una di queste voci, anch’esse dipinte nel volto. Il suo sorriso da uomo-bambino di cinquant’anni e quello di un suo professore che lo saluta, commosso.

Jasmine Galietta

Foto: Vinnie Porfilio

A cura del MUG - Magazine Umbria Giovani
direttore responsabile Giovanni Dozzini

Ultimo aggiornamento: 20/07/2026, 16:32

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