Descrizione
Immaginate quindici ragazzi tra i diciassette e i ventuni anni che si siedono attorno a un tavolo e si confrontano. Parlano del rapporto con il proprio corpo – negli spazi pubblici e nel mondo virtuale -, del loro rapporto con le istituzioni, con le forze dell'ordine, con la politica. Ma non solo: raccontano paure, esperienze, desideri, cosa significa essere adolescenti - o meglio, giovani adulti - oggi. Mettono sul tavolo i propri vissuti, esprimono quello che sentono. Da quelle conversazioni selezionano delle frasi - ottanta per la precisione. Le scrivono nero su bianco e le trasformano in una campagna di affissioni pubbliche, vale a dire manifesti veri e propri che fino al 16 luglio è possibile ancora leggere in diverse zone di Perugia.
Questo è il risultato di un laboratorio durato due giorni, coordinato dall'artista Sara Leghissa e promosso da Densa Cooperativa Sociale nell'ambito del progetto Datemi un Martello, inserito nel più ampio percorso di welfare culturale Social Sculpture. Spazio al desiderio. “Abbiamo invitato Sara perché ha un approccio maieutico e basato sull'ascolto”, spiega Giulia Paciello, referente di Densa. “L'obiettivo è stato quello di creare uno spazio in cui i ragazzi potessero riflettere insieme e dare voce ai propri pensieri”.
La domanda da cui è partito il laboratorio è stata affascinante: cosa significa, oggi, per un adolescente, occupare lo spazio pubblico? Così sono nate le ottanta frasi, pensieri che non pretendono di rappresentare un'intera generazione, ma che restituiscono uno spaccato autentico di chi quei luoghi dove sono posizionate le affissioni - centro storico, Ponte San Giovanni e Ferro di Cavallo - li attraversa ogni giorno.
Si legge di tutto. Io coi miei genitori non parlo molto. Tendo a chiudermi in me stessa e a non esprimere le mie opinioni. Oppure: La paura negli spazi è data dalla dominanza dei maschi. E ancora: Se tu ti trovassi nei panni di quelle persone? o Dico grazie quando scendo dal pullman. Dopo sei ore che stanno guidando, un grazie fa piacere.
Alcune frasi sono più impattanti di altre. Una, in particolare, ha acceso una sorta di dibattito social, alimentato da alcuni esponenti politici. Si trova all'ingresso della stazione del Minimetrò del Pincetto e recita: Quando incontro una persona in divisa, paura. Non so perché, paura.
Una frase che avrebbe dovuto rallentare lo sguardo, invitando a fermarsi, a interrogarsi. Magari anche a non essere d'accordo. Ma soprattutto a riflettere sul significato di quella percezione. E invece è finita nella trappola della rapidità: una foto scattata, pubblicata e condivisa, estrapolata dal contesto che l'aveva generata. “Rifiutiamo la lettura secondo cui saremmo soggetti che istigano all'odio nei confronti delle forze dell'ordine - spiega Giulia Paciello - Non è assolutamente questo il senso del progetto. Quelle frasi raccontano il percepito dei ragazzi. È un aspetto esplicitato in tutti i manifesti e approfondito anche nel pannello informativo presente all'interno della stazione del Minimetrò, dove il progetto viene contestualizzato”. Ogni manifesto, infatti, rimanda al percorso da cui nasce: un laboratorio di confronto e ascolto. Proprio quel confronto e quell'ascolto che, in alcuni casi, sembrano essere mancati nel dibattito nato attorno a quelle frasi.
Arianna Sorrentino
A cura del MUG - Magazine Umbria Giovani
direttore responsabile Giovanni Dozzini





