Descrizione
Lamine Yamal che, durante i festeggiamenti della vittoria del campionato, sventola la bandiera palestinese; Jorge Carrascosa che, da capitano dell'Argentina, decide di non partecipare al “Mondiale della vergogna” nel 1978; i giocatori del Treviso che, nel 2001, si dipingono la faccia di nero per sostenere un compagno vittima di un insulto razziale. Il calcio è, da sempre, portatore di valori e fondamentale strumento di coesione e lotta contro le ingiustizie. Uno sport che unisce e che divide, che fa gioire e che fa piangere, e che mai come oggi è stato così polarizzante.
Se dall'altra parte del mondo si stanno celebrando i criticatissimi Mondiali, parallelamente a Perugia è partita la terza edizione del Mondialito per la Pace: un torneo interculturale che celebra l'incontro e la condivisione tra le diverse realtà del territorio. Sette fine settimana dal 13 giugno al 26 luglio, tre gironi e tredici squadre – Africa United, Albania, Camerun, Congo, Costa d'Avorio, Ecuador, Gambia, Guinea, Guinea Bissau, Italia, Mali, Nigeria e Senegal – per una full immersion di sport, colori, bandiere, gastronomia e allegria. Le tradizioni di questi Paesi sono pronte a fondersi in un connubio che ha come base un unico messaggio: giocare per la pace.
Siamo al campo sportivo di Prepo “Aldo Braglia”. Il manto sintetico - di qualche metro più piccolo rispetto alle misure regolamentari - viene bagnato per il grande caldo. Le squadre stanno effettuando le ultime fasi del riscaldamento prima di rientrare negli spogliatoi. È sabato 20 giugno, e il calendario del torneo, alle ore 15, recita Italia-Mali. Ci sono ancora poche persone: qualche ragazzo dello staff che mi assiste con il parcheggio, qualche organizzatore che sistema gli ultimi dettagli, qualche giocatore che aiuta a portare le casse d'acqua. Passano alcuni minuti, e le tribune iniziano a riempirsi di tifosi maliani, chiassosi e carismatici sotto il sole rovente del primo pomeriggio. L'intero complesso prende vita. Alla mia sinistra, si innalza un forte odore speziato che proviene dagli stand dove si stanno cucinando i primi piatti tipici della giornata. Alla mia destra, sventolano debolmente le bandiere delle tredici squadre. Con qualche minuto di ritardo, i ventidue entrano in campo e partono gli inni nazionali.
Il Mondialito, che, ricordiamo, ha il supporto e il patrocinio del Comune di Perugia e il patrocinio della Regione Umbria,, è nato da un'idea di Enrico Mbonde Ganje. Io e lui ci siamo scontrati anni fa proprio in mezzo al rettangolo verde. Io - mezzala che macinava chilometri alle prime esperienze - mi ricordo di lui; lui - mediano muscoloso, di grande personalità e dagli ottimi piedi - probabilmente non si ricorda di me. Enrico, arrivato dal Camerun nei primi anni 2000, ha solcato i più importanti palcoscenici del calcio dilettantistico umbro, e perciò conosce bene le capacità che ha questo sport di raccontare storie e unire comunità. Da una sua intuizione ha preso vita il torneo che quest'anno è stato inserito nell'ambito del progetto Voci in Rete-Insieme per il benessere e il protagonismo delle nuove generazioni, promosso dalla Provincia di Perugia quale ente capofila del programma nazionale ProvinceXGiovani dell’UPI (Unione delle Province Italia) e finanziato dal dipartimento per le Politiche Giovanili.
Torniamo ora alla partita. Italia e Mali sono schierate. Si attende soltanto il fischio d'inizio del direttore di gara, che arriva forte e sordo tra le grida di incoraggiamento che provengono dalle panchine. L'Italia - che, paradossalmente, in questa competizione dove il risultato è un elemento secondario, partecipa - parte forte e passa subito in vantaggio. Il Mali, però, non si scompone e comincia a macinare gioco e occasioni da gol. Poco dopo, ecco che arriva un rigore per la squadra africana dopo un atterramento in area. Spesso, quando guardo una partita e c'è un calcio di rigore, mi piace osservare le reazioni dei tifosi per capire se la palla è entrata o meno. Oggi, faccio la stessa cosa. Guardo lo spicchio dei sostenitori maliani e capisco che il giocatore numero otto ha fallito dal dischetto. Ma i tifosi delle Aquile continuano a cantare e a incitare i loro beniamini, i quali non sono stelle irraggiungibili ma ragazzi semplici che nella nostra regione hanno costruito e stanno costruendo, tra molte difficoltà, la loro vita. La partita scorre veloce ma è molto piacevole. Le formazioni giocano bene, e ci sono sia rispetto che agonismo che voglia di vincere: tutti elementi sintomatici di un evento sportivo che funziona. Inizia la seconda frazione e l'Italia si affievolisce, mentre il Mali sale in cattedra. La partita finisce 2 a 2 con il pareggio degli azzurri agguantato in extremis. Ora l’“Aldo Braglia” pullula di persone, e alle 17 ci sarà la seconda partita, Nigeria-Senegal. La giornata continua.
Cerco di soffermarmi soprattutto sul contesto, su ogni singolo dettaglio intorno a me. Mi sento quasi un estraneo in questo luogo colorato e giocoso. La musica che sembra abbassarsi ogni volta che viene colpito il pallone, i canti che arrivano fino alle fessure delle persiane delle case che svettano sullo sfondo. Gli uomini che passano alle mie spalle parlano inglese, francese e diverse lingue che non riesco a comprendere. Mi piacerebbe conoscere le loro vite, le loro storie, capire per quale Paese giocheranno a breve. Tuttavia, pensare di distoglierli dalla festa e riportarli sul mondo terreno mi sembra quasi inappropriato. Le donne ridacchiano mentre continuano a sistemare braccialetti, vestiti e qualche chincaglieria da vendere. Ci sono, inoltre, tantissimi bambini: sorridono, corrono, ballano, indossano maglie di calciatori famosi e, alcuni, scarpette scolorite dai tacchetti consumati. Uno di loro mi si avvicina e, educatamente, mi saluta. Ricambio, e gli chiedo per quale squadra fa il tifo. Mi risponde - con un italiano claudicante ma frutto di un grande sforzo - che fra qualche anno giocherà anche lui. Non aggiunge altro, se ne va con un pallone scucito in mezzo ai piedi e raggiunge una ragazza che credo sia sua madre. Non credo serva qualcosa in più per spiegare l'importanza del Mondialito per la Pace. Mastico calcio da tanti anni ma, mentre scrivo, mi convinco che difficilmente ho provato emozioni simili nel vedere una partita.
Gioele Tartocchi





