Descrizione
C’è un punto preciso in cui una collina smette di essere solo geografia e diventa grammatica del pensiero. Ad Amelia, quel punto coincide con un gesto ricorrente: ogni anno, tra le pietre della sua cinta muraria e le geometrie lente del paesaggio umbro, qualcosa si riapre. Non si tratta soltanto di un festival, ma anzi di un dispositivo di linguaggio che prende forma nello spazio.
Ciclopica - Giganti in Collina è un festival che cresce dentro un luogo preciso, Amelia, in Umbria, le cui mura - appunto “ciclopiche” - non sono solo sfondo ma matrice simbolica e origine dell’immaginario che lo attraversa. Alla sua decima edizione, torna dal 25 al 28 giugno 2026 con una dichiarazione che non si limita a essere un tema, ma si comporta come un campo semantico attivo: il potere delle parole. E qui il riferimento freudiano non è ornamentale. “Le parole in origine erano incantesimi”, scrive Freud, e il festival sembra prenderlo alla lettera, o meglio: alla radice. Perché se la parola è incantesimo, allora non descrive soltanto il mondo. Bensì, lo altera. E ogni edizione di Ciclopica sembra muoversi proprio in questa zona liminale: tra descrizione e trasformazione, tra racconto e produzione di realtà.
All’ombra di queste mura, in dieci edizioni sono stati realizzati 122 eventi, allestiti 27 luoghi di incontro e ospitati 244 tra scrittori, filosofi, artisti, musicisti e studiosi. Ma ciò che conta non è la misura, quanto la direzione: tutto nasce dal desiderio di riunirsi in un luogo per guardare lontano, pensare lontano, arrivare lontano, raccogliendo idee, parole e musiche intorno a una frase di ispirazione che cambia ogni anno e diventa trama e ordito dell’intero festival.
C’è una cosa interessante in questo festival, e non è immediatamente il programma, ma è invece la sua forma urbana e simbolica. Amelia non è solo sede: è struttura narrativa. Il nome stesso del festival, insieme al logo costruito dall’incastro delle pietre della cinta muraria, funziona come una dichiarazione implicita: il territorio non è sfondo, è linguaggio. E non è irrilevante che proprio quelle stesse pietre rimandino a un immaginario più antico e stratificato: le grandi mura poligonali di Amelia, tra le più imponenti dell’Italia centrale, costruite con blocchi ciclopici incastrati a secco, senza malta. Un lessico architettonico che la tradizione ha spesso avvicinato, anche solo per analogia percettiva, all’idea di opere “da Ciclopi”: non per rigore etimologico, ma per eccesso di scala, per quella sproporzione che trasforma la tecnica in mito.
Il cuore dell’edizione 2026 è una domanda semplice e vertiginosa: cosa fanno le parole? Non cosa significano, ma cosa producono. Il programma attraversa questa domanda come una costellazione disordinata e coerente insieme: scritture antiche e intelligenze animali, poesia persiana e neuroscienze, astrofisica ed epica cavalleresca. Astolfo che cerca il senno sulla luna e le galassie inesplorate non sono due poli distanti, ma due modalità della stessa tensione umana verso il senso perduto.
Il festival funziona come una struttura che potremmo definire di attraversamento, non lineare ma stratificata; non tematica, ma capace di far collidere piani diversi del sapere prima ancora che questi vengano ordinati in categorie. La filologia incontra la neuroscienza, la filosofia attraversa la gastronomia come sistema culturale, l’astrofisica apre interrogativi quasi ontologici sulla pluralità dei mondi. E questa pluralità non è solo disciplinare, ma anche geografica e culturale: le voci che attraversano il programma portano con sé provenienze, tradizioni e sguardi differenti, costruendo una dimensione dichiaratamente internazionale del pensiero. E poi la poesia, che non commenta ma interrompe.
Tra gli ospiti e le voci di questa edizione compaiono figure che rendono evidente questa densità: Silvia Ferrara, tra le più autorevoli studiose dell’invenzione della scrittura; Giorgio Vallortigara, neuroscienziato delle intelligenze animali; Giovanni Covone, astrofisico e studioso di esopianeti; Carmen Gallo, poeta e traduttrice; Alberto Grandi, storico dell’alimentazione che ha rimesso in discussione molti miti della cucina italiana; Massimo Donà, filosofo e musicista da anni vicino al festival. Non come elenco, ma come attrito tra saperi. In questa trama, la parola non è mai neutra: è sempre eccedenza o mancanza, è memoria che resiste o cancellazione che agisce. E forse è proprio qui che Ciclopica costruisce la sua estetica più interessante: nella messa in crisi dell’idea che il linguaggio sia solo comunicazione.
C’è però un secondo movimento, più silenzioso, che attraversa il programma: la parola non solo come creazione, ma come occultamento. La poesia persiana, le riflessioni sulla traduzione, i canti e le metamorfosi, i presagi e i segni: tutto sembra insistere su una tensione costante tra ciò che si dice e ciò che si perde nel dire.
Anche lo sguardo sulla contemporaneità entra qui, indirettamente ma con precisione: il reading sulla poesia persiana, nel contesto geopolitico attuale, non è mai solo letterario. È un promemoria del fatto che le parole viaggiano dentro sistemi di potere, attraversano fratture, sopravvivono o vengono rimosse. Interessante anche la presenza di uno spazio dedicato ai più piccoli, e non come appendice marginale. I Pupi, i laboratori, le visite animate: qui la parola torna a essere prima di tutto esperienza. Come se il festival suggerisse, in modo non didascalico, che ogni sistema simbolico nasce da una forma di gioco serio. E che forse la cultura non è altro che questo: un continuo passaggio tra incantesimo e struttura.
Alla fine, Ciclopica non chiude, ma stratifica. E lascia aperta una domanda che non riguarda solo la letteratura o la filosofia, ma il modo in cui abitiamo il linguaggio ogni giorno: siamo ancora in grado di riconoscere quando una parola costruisce, quando ferisce, quando cancella? Ma soprattutto: siamo disposti a considerare che le parole non ci appartengono, ma ci attraversano?
Forse è questa la vera gigantomachia del festival. Non le dimensioni del programma, né la densità degli ospiti. Ma l’idea che il linguaggio, quando viene preso sul serio, smetta di essere uno strumento e diventi un ambiente. E in quel momento, la collina non è più solo Amelia, ma è piuttosto un punto di osservazione sul modo in cui il mondo prende forma.
Chiara Scialdone





