Descrizione
C’è un momento preciso, nella giornata di ogni studente, in cui la scuola smette di essere uno spazio vissuto e torna a essere semplicemente un edificio: succede quando suona l’ultima campanella, quando i corridoi si svuotano e le aule tornano silenziose, come se tutto ciò che le ha attraversate fino a pochi minuti prima non potesse più appartenere a quel luogo. Eppure, se si osserva con attenzione, è proprio lì che si apre una domanda interessante: perché uno degli spazi più centrali nella crescita di una persona smette così presto di essere accessibile, condiviso, abitabile?
È da questa crepa, insieme concreta e simbolica, che nasce “Scuole Aperte”, il progetto promosso dal Comune di Perugia con l’obiettivo di restituire tempo, senso e possibilità agli spazi scolastici, immaginandoli non più come luoghi a tempo determinato ma come vere e proprie infrastrutture sociali. Un progetto sperimentale dedicato alle scuole primarie e secondarie di primo grado, che prova a intervenire proprio nelle fasi più delicate della crescita, quando si costruiscono abitudini, relazioni e possibilità. “L’idea è provare a utilizzare gli spazi scolastici nel pomeriggio, in orario extrascolastico, per sviluppare progettualità che possano accompagnare ragazzi e ragazze nella scoperta di capacità, competenze e passioni”, spiega il consigliere comunale Lorenzo Falistocco, sottolineando come l’intuizione nasca anche dal confronto con esperienze già attive in altre città, dove l’apertura delle scuole ha generato nuovi modi di abitare il tempo educativo.
A Perugia il progetto è partito in forma sperimentale, coinvolgendo quattro istituti e attivando un primo ciclo di attività che si muovono tra il potenziamento didattico e l’esplorazione culturale, tra corsi di lingua e laboratori più legati agli interessi generazionali. Tuttavia, ciò che emerge con maggiore forza non è tanto la natura delle singole attività, quanto il cambio di prospettiva che le sostiene: non si tratta di “riempire” il pomeriggio dei ragazzi, ma di ridefinire il ruolo stesso della scuola all’interno della città.
In questo senso, “Scuole Aperte” si inserisce dentro una riflessione più ampia sulle politiche giovanili, scegliendo di muoversi in una direzione precisa, che rifiuta approcci esclusivamente securitari al tema del disagio e prova invece a lavorare sull’apertura, sulla fiducia e sulla possibilità. Il progetto, inoltre, si integra con i nuovi GET – Gruppi Educativi Territoriali – un ulteriore intervento strutturato del Comune di Perugia promosso e coordinato dall’assessora alle politiche sociali Costanza Spera, che punta a potenziare le attività educative, sociali, di prevenzione e di sostegno rivolte ai minori e alle famiglie del territorio, costruendo così una rete di interventi complementari. “Vogliamo dare una risposta che non sia solo di controllo, ma che parta dall’idea che la scuola sia la più grande infrastruttura sociale che abbiamo per contrastare la povertà educativa e ridurre le disuguaglianze”, osserva Falistocco, indicando chiaramente una linea politica che mette al centro l’accesso, la continuità e la prossimità.
Del resto, il tema della povertà educativa non riguarda soltanto ciò che accade durante le ore di lezione, ma anche – e forse soprattutto – tutto ciò che accade fuori. È nello spazio del pomeriggio che si amplificano le differenze, che emergono le distanze tra chi ha accesso a stimoli, attività, relazioni e chi invece si muove in contesti più poveri di opportunità. In questo scenario, riaprire le scuole significa intervenire esattamente lì dove si gioca una parte decisiva della crescita, offrendo un’alternativa concreta alla dispersione, ma anche alla solitudine.
Eppure, sarebbe riduttivo leggere questo progetto soltanto come una risposta a un problema. C’è infatti un altro livello, più sottile ma altrettanto rilevante, che riguarda il modo in cui i ragazzi percepiscono gli spazi che abitano. Per molti di loro la scuola è un luogo obbligato, attraversato più che scelto, vissuto spesso dentro logiche performative e valutative che lasciano poco margine all’espressione libera. Aprirla nel pomeriggio significa provare a scardinarne, almeno in parte, questa percezione, restituendole una dimensione diversa, più fluida, più relazionale.
“L’obiettivo è anche quello di far sentire la scuola come uno spazio loro, non solo la mattina ma durante tutta la giornata”, continua Falistocco, evidenziando un passaggio chiave: trasformare un luogo istituzionale in uno spazio di appartenenza. Non è un cambiamento immediato, né automatico, ma i primi riscontri sembrano andare proprio in questa direzione. Le famiglie rispondono, le scuole chiedono di ampliare il servizio, e si inizia a intravedere quella forma di entusiasmo che nasce quando un progetto intercetta un bisogno reale.
Naturalmente, come ogni sperimentazione, anche “Scuole Aperte” si muove per tentativi, aggiustamenti, possibilità ancora da esplorare. Al momento le progettualità nascono principalmente dalle scuole stesse, che propongono attività sulla base dei propri contesti e delle proprie risorse, mentre il Comune definisce il perimetro e i criteri. Tuttavia, lo sviluppo futuro potrebbe aprire scenari ancora più interessanti, soprattutto se si riuscirà a coinvolgere direttamente i ragazzi nella costruzione delle proposte, trasformandoli da destinatari a co-autori delle esperienze. In questa prospettiva, l’estensione del progetto alle scuole superiori rappresenta uno dei passaggi più attesi, perché è proprio lì che il bisogno di spazi autonomi, riconosciuti e accessibili si fa più evidente. Ma c’è anche un altro elemento che emerge, in filigrana, ed è la necessità di lavorare sempre più in rete, mettendo in relazione istituzioni, territori e comunità educanti. Non a caso, “Scuole Aperte” dialoga già con altre progettualità attive in città, costruendo una trama che prova a tenere insieme interventi diversi ma complementari.
Se si prova allora a guardare questo progetto con uno sguardo più ampio, ci si accorge che la questione non riguarda soltanto le scuole, ma il modo in cui immaginiamo gli spazi pubblici e il loro utilizzo. In un tempo in cui molte strutture restano chiuse per gran parte della giornata, riaprirle diventa un gesto che ha una valenza che va oltre l’organizzazione: è una scelta culturale, prima ancora che amministrativa. Forse è proprio qui che si gioca la partita più interessante. Non tanto nel numero di attività attivate o di studenti coinvolti, quanto nella possibilità di cambiare, lentamente ma in modo concreto, il rapporto tra le persone e i luoghi che attraversano ogni giorno. Perché una scuola aperta non è solo una scuola più accessibile: è un invito implicito a immaginare che quegli spazi possano essere vissuti, abitati, trasformati. E, in fondo, riconosciuti come propri.
Chiara Scialdone





