Descrizione
In una città dove quasi tutto sembra chiedere velocità, risultato, esposizione, DESTEENazione sceglie una traiettoria diversa: rallentare, ascoltare, fare spazio. Non è un doposcuola, non è un centro ricreativo nel senso classico del termine, e non è nemmeno soltanto uno spazio pomeridiano. È, piuttosto, un luogo abitabile. Un luogo dove ragazze e ragazzi possono pensarsi, prima ancora di doversi dimostrare.
DESTEENazione fa parte del progetto nazionale “DesTEENazione – Desideri in azione”, inserito nel Piano nazionale inclusione e lotta alla povertà 2021-2027 e finanziato dal ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. A livello locale il progetto ha come capofila il Comune di Perugia e agisce nella Zona Sociale 2, che comprende Perugia, Corciano e Torgiano. Una cornice istituzionale solida, che tuttavia, nella pratica quotidiana, prende la forma concreta di uno spazio vivo e attraversabile. Lo spazio fisico si trova a Madonna Alta, vicino alla stazione di Fontivegge. Qui operano educatori e psicologhe che offrono un supporto rivolto ai giovani e alle famiglie. Ma DESTEENazione non si esaurisce nelle stanze che lo ospitano: è un progetto articolato su più linee operative. Oltre alla linea educativa interna allo spazio, c’è un intervento nelle scuole per la prevenzione dell’abbandono scolastico, un’educativa di strada che intercetta i ragazzi nei loro contesti quotidiani e una linea dedicata a tirocini, formazione e mestieri, pensata per accompagnare i giovani verso una maggiore autonomia.
Dentro lo spazio di Madonna Alta, però, il cuore resta la relazione.
“È uno spazio per pensare alle prospettive future, ma anche per capire come sto oggi”, racconta Francesca Gala, educatrice del progetto. “Per imparare a stare sia con se stessi che in relazione con gli altri”. Accanto a lei, Chiara Ercolani insiste su una parola che ritorna spesso: ascolto. “È soprattutto uno spazio di ascolto, e spesso un ascolto reciproco. Non solo delle parole, ma anche dei gesti, delle espressioni dei ragazzi. In un mondo che corre velocissimo, qui proviamo a rallentare e a fare spazio alle emozioni, ai sogni, ai desideri”. Quando i ragazzi sono entrati per la prima volta, lo spazio era volutamente incompleto. Non un contenitore già definito, ma un luogo da costruire insieme. “Abbiamo detto loro: qui trovate molti spazi vuoti. Ci sono fondi investiti per voi: sfruttateli”.
Da lì sono nate richieste concrete. Musica, disegno, astronomia — tanto che è arrivato anche un telescopio per guardare le stelle. È nata una collaborazione con Jap Perù, associazione culturale attiva nel quartiere e dotata di sala prove, da cui è partito un laboratorio di batteria costruito a partire da un bisogno espresso dai ragazzi stessi. “Quando li abbiamo portati in uno spazio diverso, con persone diverse, hanno proprio cambiato atteggiamento. È stato molto bello”.
Poi il laboratorio di mosaico, che inizialmente sembrava quasi un azzardo per adolescenti abituati alla velocità. E invece si è rivelato uno dei momenti più significativi. Un’attività lenta, fatta di precisione e silenzio, ma anche di chiacchiere vere. “Lì non puoi avere la mano libera che va al telefono”, racconta Francesca. “Ti ritrovi nel dover stare, o nel silenzio o in una relazione faccia a faccia dove parli davvero di quello che ti succede”. Il telefono, infatti, è stato oggetto di una scelta condivisa. Le regole dello spazio sono state costruite insieme ai ragazzi e raccolte in quella che hanno chiamato “cassetta degli attrezzi”: dodici strumenti simbolici per stare meglio insieme. Tra questi, anche il non utilizzo dello smartphone durante le attività. Non per imposizione, ma per proteggere la presenza. “L’hanno chiesto loro”, spiegano le educatrici. “Perché magari non vogliono essere fotografati, o finire nei video sui gruppi WhatsApp. All’inizio è difficile, perché il telefono è diventato un prolungamento della mano, ma funziona”. Funziona perché qui la logica non è quella della performance. “Questo posto cerca di non essere performativo”, dice Francesca. “Vorremmo che uscissero con un po’ di leggerezza addosso”, aggiunge Chiara. “Con la sensazione di potersi sentire tranquilli, di poter essere se stessi. Che non è affatto banale”.
C’è, in fondo, una forma di resistenza gentile in tutto questo. In una società che misura continuamente, che espone, che chiede di dimostrare, DESTEENazione restituisce un’altra grammatica: quella del tempo che non produce immediatamente, ma costruisce lentamente; quella della relazione che non si consuma, ma si sedimenta. Perugia è una città con grande potenziale, ma attraversata da fratture e dispersioni. I ragazzi non stanno più per strada come un tempo, e per molte famiglie manca un presidio educativo stabile per questa fascia d’età. DESTEENazione prova a inserirsi proprio in questo vuoto, non come soluzione definitiva, ma come luogo che tiene. Tiene le domande, tiene le fragilità, tiene i desideri che ancora non hanno trovato forma. Non promette rivoluzioni improvvise. Non offre scorciatoie. Offre qualcosa di più raro: uno spazio per pensarsi. Un pomeriggio alla volta.
Chiara Scialdone





