Perugia si Ritrova. Prove di elaborazione di un pensiero migratorio a Perugia

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L’evento andato in scena al Palazzo della Penna nel pomeriggio del 23 dicembre, patrocinato anche dal Comune di Perugia.

Data:

05 Gennaio 2026

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Perugia si Ritrova

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Fin dall’inizio il nostro giornale ha deciso di occuparsi della questione dei giovani umbri emigrati in cerca di opportunità, ritenendola ineludibile per qualunque discorso relativo ai giovani nella nostra regione.

E per questo riteniamo necessario raccontarvi l’evento andato in scena al Palazzo della Penna nel pomeriggio del 23 dicembre, patrocinato anche dal Comune di Perugia rappresentato in questa occasione dall’assessore allo Sviluppo Economico Andrea Stafisso. Con il titolo “Perugia si Ritrova” gli organizzatori hanno voluto provare a ragionare, in un dialogo con il pubblico, sui vari significati dell’emigrazione, per il singolo e per la collettività. L’esperienza personale dell’autrice Lisa Ginzburg raccontata attraverso il libro Buongiorno mezzanotte, torno a casa (Italo Svevo Editore), diventa un mezzo per riflettere dell’esperienza comune a tutti gli emigrati. La lacerazione dolorosa fra luogo d’origine e posto di residenza, la dualità fra l’Io che abita la sua terra e quello che vive trasformato in posto altro, entrambi identità di un solo soggetto, la malinconia e lo straniamento sono stati oggetti di questo dialogo, per certi versi catartico, in cui anche il numeroso pubblico ha avuto modo di riconoscersi. D'altronde, come emerso da un sondaggio condotto live durante l’evento, oltre l’80% dei presenti in sala erano emigrati. Una riflessione particolare è stata dedicata dall’autrice, grazie all’impulso dell’intervistatore Martino Tosti di Radio Glox, al tema della nostalgia. Centrale nell’esperienza del emigrato, crea una sospensione temporale in cui il luogo d’origine si cristallizza nella mente di chi se ne va. La realtà però è sovrana e distrugge questo limbo una volta che si torna, facendo del tornare un’esperienza cruda. È infatti una profonda solitudine che accompagna chi ritorna, orfano di un tempo passato senza averne contezza.

Muovendo dall’intimità dell’esperienza personale a una sfera sociale, le riflessioni di Alessandra Polidori, ricercatrice presso il Forum sulle Migrazioni e membro dell’associazione Umbria Altalena, si soffermano sul tema all’apparenza solo linguistico ma profondamente politico della necessità di abolire la differenza fra expat e immigrati. Essa caratterizza i primi di ambizione, motore che li spinge a muoversi per cogliere le migliori opportunità, spostando sull’individuo tutte le responsabilità e allo stesso tempo nascondendo le mancanze di una società e di una politica che non sono state in grado di proporre la possibilità di rimanere. Allo stesso tempo in questa dicotomia il migrante diviene automaticamente soggetto di una caratterizzazione paternalistica nel migliore dei casi (“il povero migrante”), o razzista. Non a caso il modello di expat tende a essere occidentale e caucasico. Secondo la Polidori bisogna adottare un pensiero strutturato non solo sulla restanza ma anche sulla tornanza, termini coniati dall’antropologo Vito Teti. Alla qualità personale di rimanere nonostante le avversità bisogna unire una capacità dei territori di essere in grado di riaccogliere in qualsiasi momento quanti se ne sono andati e fare sì che non si taglino mai del tutto i ponti con chi è partito, incentivando forme di partecipazione da remoto, per così dire. Perché la mobilità può essere considerata un valore solo se è circolare e libera.

Nel suo intervento Stafisso faceva sua questa riflessione, spiegando come il sostegno dell’amministrazione comunale a questa iniziativa era dato proprio della necessità comune di aprire un dibattito cittadino sul tema del ritorno. Aprire una riflessione su questo tema diviene oggi centrale data l’ampiezza che il fenomeno della migrazione ha assunto in anni recenti, la più massiccia da molto tempo. Partire però non può diventare un disvalore, non si deve e può tacciare chi se ne va di tradimento, bisogna essere pronti a mandare ma anche ad accogliere e riaccogliere. Solo così la città può assicurarsi un futuro.

Nella seconda parte l’incontro ha dato voce alle esperienze di cittadini che hanno intrapreso la strada della migrazione, all’interno dei confini italiani ed europei. E una volta data la parola al pubblico ciò che emerge di più è la carenza di infrastrutture. In molti sottolineano il ritardo della regione e l’incredulità che si prova cercando di tornare a Perugia per la difficoltà dei collegamenti. Non sono mancate nemmeno sane critiche costruttive al sistema umbro: la mancanza di un dialogo fra le università, assenti anche all’incontro, e il tessuto imprenditoriale, che comunque viene accusato di avere una mentalità retrograda. In Umbria non vi sarebbero imprenditori ma padroni incapaci di cogliere le opportunità che assumere personale giovane e specializzato offre per paura di venire scavalcati nella gestione. Senza risolvere queste due problematiche difficilmente si potrà avviare un percorso di rientro dei talenti nella regione per mancanza di opportunità lavorative di livello. Tuttavia, sottolinea qualcun altro, non ci si può solo limitare ad un discorso di diritti, c’è bisogno di aprire una riflessione sui doveri. I doveri di sfidare la propria terra d’origine, portando quanto si è acquisito fuori e combattendo per portare nuovi modi di pensare. Anche se sembra molto difficile, a tratti impossibile.

Un ultimo spunto di riflessione arriva dall’organizzatore dell’evento, Guido Aloia, da 17 anni a Parigi. Nella sola Parigi vivono più di 200.000 italiani iscritti all’anagrafe dei residenti all’estero (AIRE), nel mondo questa cifra supera i 6 milioni e mezzo, il 13% circa della popolazione residente nel Paese. Per questa importante comunità la rappresentanza politica è risibile, 6 deputati e 3 senatori. È vitale che si operi per risolvere questo che è un vero e proprio vulnus democratico.

Lorenzo Malagigi

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Ultimo aggiornamento: 05/01/2026, 09:49

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